Operazione Mare Nostrum: ma quanto dura un’emergenza?

Il 14 ottobre 2013, al termine del vertice dedicato all’emergenza immigrazione, il vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno, Angelino Alfano, annuncia l’avvio dell’Operazione Mare Nostrum.
Si tratta di un’azione militare umanitaria che prevede un rafforzamento del dispositivo di sorveglianza ed eventuale soccorso nel mar Mediterraneo, finalizzata ad aumentare i livelli di sicurezza della vita ed il controllo dei flussi migratori.
Il punto chiave sarà il coordinamento dei diversi mezzi a disposizione della Marina Militare integrati con quelli della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza; saranno attive per vigilare: una nave anfibia, due fregate (entrambe le navi dotate di elicottero e capacità ospedaliera), due pattugliatori, elicotteri, aerei, droni e radar. Insomma un dispiegamento di forze di tutto rispetto, che ha consentito e consente di soccorrere moltissimi barconi di migranti da novembre ad oggi.
Ma una delle prime obiezioni sollevate in conferenza stampa riguarda i costi: chi finanzierà questa operazione? Il ministro a questa domanda aveva risposto che i bilanci dei diversi ministeri italiani sarebbero serviti a coprire le spese anche di questa operazione, sottolineando che l’Italia con questa missione di contrasto dell’immigrazione clandestina, rafforza la protezione della frontiera esterna.
Ma perché dovrebbe pagare solo l’Italia? Di che frontiera esterna si sta parlando?
Il mar Mediterraneo non è una frontiera solo italiana e andrebbe considerato per ciò che è, ovvero una frontiera europea, il primo punto di approdo in Europa per chi fugge dalle zone disagiate dell’Africa e non solo.
Già la scorsa estate ci eravamo occupati di questo stesso argomento; ad un anno la situazione non sembra cambiata e quindi probabilmente ci ripeteremo nel dire che i migranti sono individui, non vanno considerati solo come il numero di unità che sbarca o muore in mare… Per salire su di un mezzo così incerto, dal quale scendere vivi si rivela assai difficile, bisogna essere davvero disperati…
E allora si impone un ulteriore passo avanti: chi sono i migranti? Facciamo chiarezza sulla terminologia adoperata che non sempre è quella giusta. Si sente parlare di profughi o clandestini, ma la maggior parte di questi migranti ha le caratteristiche di rifugiati, il che è ben differente dall’essere clandestini.
Un clandestino o migrante irregolare è colui il quale entra in uno stato eludendo i controlli di frontiera, oppure non lascia il paese allo scadere dell’apposito visto d’ingresso, o ancora non lascia il paese pur a seguito di un provvedimento di allontanamento.
Il richiedente asilo è colui il quale fa richiesta per il riconoscimento dello status di rifugiato o altra forma di protezione internazionale. Non è quindi assimilabile al migrante irregolare. Il rifugiato è definito come persona che temendo a ragione di essere perseguitato individualmente per motivi di razza, religione o nazionalità nel proprio paese, non possa o non voglia avvalersi della protezione di tale paese appunto.
Mentre un beneficiario di protezione internazionale, pur non potendo dimostrare una persecuzione individuale, necessita comunque di protezione perché il rimpatrio comporterebbe un pericolo a causa di condizioni di instabilità nel paese da cui fugge.
L’ottanta per cento dei migranti di cui sentiamo parlare arriva con le caratteristiche per poter richiedere asilo. Per questa ragione lo scorso giugno il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Del Rio, ha riferito che il governo avrebbe respinto le mozioni di Forza Italia e Lega che chiedevano l’interruzione dell’operazione umanitaria “Mare Nostrum”, sicuramente troppo costosa perché la possa affrontare l’Italia da sola.
Lo snodo del problema sembra sempre lo stesso: l’Italia troppo lontana dall’Europa e la Sicilia sempre, concedeteci il termine, abbandonata dall’Italia… Possiamo pagare il prezzo di una instabilità che non dipende da noi, come quella che esiste in Libia o in Siria?
La prima cosa giusta da fare, oltre ad una partecipazione economica della Comunità Europea alle operazioni umanitarie, sarebbe modificare la convenzione di Dublino e consentire ai richiedenti asilo e rifugiati di spostarsi all’interno dell’Europa, anziché rimanere nel primo suolo che toccano una volta sbarcati.
E ancora ci si chiede: quanto è giusto che duri un’emergenza?
Emergenza non dovrebbe significare trovarsi in un momento critico che richiede un intervento immediato?
A noi sembra piuttosto che il problema si sia cronicizzato, che si inizi a considerare l’immigrazione di massa come una questione di normale amministrazione da fronteggiare e tamponare di volta in volta, ma non crediamo si possa affrontare così un simile problema, soprattutto quando si intrecciano questioni pratiche di accoglienza con problemi sanitari gravi, quali ad esempio la possibile diffusione di malattie come l’ebola.
Quindici anni fa nel libro Niente di nuovo sul fronte occidentale una frase ci ha molto colpito: il narratore concludeva dicendo che, nonostante fossero morti dei suoi amici sul campo di battaglia, il titolo del giornale del giorno si apriva appunto con la frase “niente di nuovo sul fronte occidentale”… E’ possibile abituarsi a tutto?

 Alessandra Distefano

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