Il 2025 passa il testimone al nuovo anno 2026. Restano, però, in cima all’agenda delle questioni internazionali, ancora aperte ed in cerca di soluzioni, il conflitto in Ucraina e la fragile e tuttora incompiuta tregua tra Israele ed Hamas per Gaza. Allora, l’interrogativo più spontaneo e logico che fa capolino ed agita i commentatori e gli analisti delle questioni internazionali è il seguente: come è stato possibile che sia trascorso un intero anno, mentre l’impegnativa attività diplomatica del presidente Trump ha prodotto fino ad oggi solo una fragile tregua a Gaza?
Problemi ed ostacoli lungo la via pacificatrice intrapresa dal presidente americano
In verità, Donald Trump, già a suo tempo e durante la campagna elettorale del 2024 in particolare, aveva promesso agli elettori che la sua seconda presidenza avrebbe centrato con sollecitudine l’obiettivo di far cessare la guerra al centro dell’Europa. Questo traguardo, nonostante il lungo ed impegnativo spazio di negoziazione offerto dalla Casa Bianca non è stato ancora tuttavia realizzato. Non certo per colpa del capo della Casa Bianca.
Situazione paradossale
A parole, i due belligeranti – Putin e Zelensky – sono pronti e si dichiarano disponibili a raggiungere il “cessate il fuoco”. Soprattutto, da Anchorage in poi, cioè dal momento in cui Trump e Putin hanno raggiunto l’intesa di massima per un riequilibrio dei rapporti tra le due Potenze che mettesse fine alle ostilità. Mai come in questi mesi la tregua è sembrata a portata di mano e ad un passo dal divenire concreta. Ma poi, in concreto, tutto continua ad arenarsi ed a sfumare.

Due tra le tante questioni aperte ed insolute
In pratica, tutto si frantuma su due o tre particolari, o dettagli che dir si voglia. La Centrale nucleare di Zaporižžja da quali forze sarà controllata? Dai Russi, come vorrebbe Putin? Dai Russi o dagli Americani? Con o senza le forze Ucraine? Ed il cuscinetto d’interposizione in Donbass tra i belligeranti, da quali forze armate nazionali dovrà essere composto?
Le questioni di fondo divisive più importanti: sospetti e diffidenze tra i due belligeranti
In verità, tra i due belligeranti i veri ostacoli sono i sospetti e le diffidenze. Ma al di là dei dettagli e dei compromessi che dovranno essere necessariamente, prima o poi, trovati su tutte le questioni in contestazione, i veri motivi che fino ad ora non hanno reso possibile la tanto sospirata tregua sono di natura psicologica e morale.
La guerra ha approfondito (e non certo semplificato) le vecchie ruggini e gli antichi rancori tra Kiev e Mosca. La realtà sotto gli occhi dell’opinione pubblica mondiale è quella di due leader – Putin e Zelensky – riluttanti ad un incontro diretto. Riluttanti perché non si fidano l’uno dell’altro. Dunque, la condizione attuale è quella di una guerra fortemente sbagliata. Che doveva essere evitata a qualsiasi costo. E che non ha fatto altro che approfondire i problemi e, di conseguenza, rende oggi problematica la ricerca di un compromesso.
Come si esce dallo stallo?
Trump continua a mediare. Ma probabilmente il capo della Casa Bianca si sta intimamente convincendo che l’unico modo per far cessare i combattimenti, l’unica strada utile da percorrere non può che essere il ritiro dalla vita politica da parte di Volodymyr Zelensky. Che verrebbe sostituito da un nuovo leader ucraino meno orgoglioso, meno pomposo e, soprattutto, non compromesso con gli errori di Zelensky.
L’errore capitale di evitare l’invasione Russa quando era possibile. E di aver rifiutato di trattare quando l’accordo sarebbe stato più facile ed a portata di mano.
Sotto-sotto Trump e Putin non sarebbero lontani da una conclusione della guerra Russo-Ucraina coincidente col ritiro dalla vita politica del leader di Kiev. È solo una coincidenza che le inchieste per corruzione da parte delle autorità anti-corruzione di Kiev puntino a coinvolgere il cerchio interno e sempre più vicino a Zelensky ? E’ questo dell’inchiesta, di fatto, un modo per indebolire la posizione politica del presidente, in vista di una sua ipotetica e nuova campagna per la rielezione? Perché, in realtà, il vero scopo di Zelensky è la sua rielezione per mezzo della continuazione della guerra. In quanto, la cessazione delle ostilità metterebbe a nudo pienamente dinanzi al mondo, l’errore di Zelensky.
La condizione dell’Europa

Entro tale braccio di ferro politico Putin-Zelensky, come si è mossa l’Europa? Molto male. Ha puntato esclusivamente ad alimentare un conflitto inutile, sbagliato e soprattutto ampiamente evitabile. Ha ragione Trump: errore di Biden. A cui ha dato forza convinta l’Europa. Eppure all’Europa non sarebbero mancati i leaders autorevoli, carismatici e di grande prestigio internazionale – politico e morale – in grado di avere sia il sostegno di Kiev come quello di Mosca. Per fermare, già da tempo, il conflitto.
Non mancavano certo all’Europa i leader di grande autorevolezza internazionale, come il professore Romano Prodi, già presidente della Commissione Europea 1999-2004. Ed in aggiunta, anche il Cancelliere della Repubblica Federale Tedesca, Angela Merkel.
Allora, l’Europa delle occasioni mancate, non può e non deve intralciare, in alcun modo, la mediazione americana. Deve rassegnarsi ad assistere agli avvenimenti in condizioni subalterne. Romano Prodi ed Angela Merkel sarebbero state le grandi personalità che avrebbero goduto della piena fiducia di Mosca come di Kiev.
L’importanza della fiducia nel negoziato
Quanto sia importante la fiducia in un negoziato lo dimostra oggi un esempio storico di più di 60 anni fa. Andiamo indietro nel tempo. Nikita Khrushchew è il Primo Ministro di Mosca, di origine ucraina (era nato a Kalinovka). Nikita Sergeevich vuole arrivare ad un accordo con gli Stati Uniti di John Fitzgerald Kennedy per la non proliferazione degli esperimenti nucleari. Chiede però al Capo dell’Esecutivo statunitense che da parte americana, il negoziatore sia William Averell Harriman. Si tratta dell’ex ambasciatore di Roosevelt a Mosca nel 2° conflitto mondiale. Uomo di grandi capacità di coalizione e di elevata statura internazionale di cui Khrushchew ha piena stima e fiducia. A tal punto da chiamarlo scherzosamente e confidenzialmente Gospodin Garriman.
Consigliere del Presidente John Kennedy per la politica estera. Dopo l’accordo per la neutralizzazione del Laos, venne promosso dal Capo dell’Esecutivo, Sottosegretario di Stato per gli Affari politici. Il Presidente della “Nuova Frontiera” acconsente all’istanza del capo del Cremlino. Non se ne pente affatto. Averell Harriman gli consegnerà sullo scrittoio il raggiunto accordo tripartito Anglo-Russo-Americano per la non proliferazione parziale degli esperimenti nucleari. I mediatori e diplomatici devono riscuotere la fiducia ed il sostegno di tutte le parti in gioco.
La fragile tregua di Gaza
E se, dunque, abbiamo rilevato la posizione politica di Volodymyr Zelensky, in verità, come fortemente imbarazzante per la stessa natura del comportamento del leader ucraino nel non aver voluto tentare neppure un minimo d’esperimento diplomatico con Mosca, o addirittura, da rilevarsi perfino ingombrante nel mezzo dei colloqui già avviati tra Trump e Putin. A maggior ragione, di gran lunga e fino all’inverosimile, è ingombrante nel processo di pace appena avviato tra israeliani e palestinesi con la mediazione del presidente Trump, la presenza a Gerusalemme dell’Esecutivo Netanyahu.
Sotto inchiesta in patria per conto suo per reati di corruzione. E soprattutto sotto inchiesta dal Tribunale penale internazionale dell’Aia per crimini di guerra e contro l’umanità. Nonostante la convinta opera diplomatica del leader statunitense, sembra illusorio e fuori dalla realtà ipotizzare quella svolta importante e decisiva che la questione mediorientale chiederebbe o chiede a gran voce.
In verità, a Gaza, la tregua ha portato pochissimi frutti

Dal 10 ottobre 2025, giorno in cui è entrata in vigore la tregua tra Hamas ed Israele, in realtà, la condizione del popolo palestinese è poco mutata. Al 10 ottobre 2025, il numero totale di palestinesi uccisi nella Striscia di Gaza dall’inizio del conflitto ha raggiunto quota 67.211. Dall’inizio del cessate- il-fuoco, sono stati uccisi almeno 414 palestinesi.
Tregua dunque vana? Tregua vana fino a quando la condizione del popolo palestinese continuerà a permanere più o meno come prima. Cioè, con le carenze e con le difficoltà degli ultimi 15 mesi, sotto le bombe israeliane e sotto le macerie. Con la privazione di abitazioni, ospedali, scuole, viveri e generi di prima necessità. Con le privazioni causate da un genocidio. Per prima cosa, la presente classe dirigente israeliana che ha organizzato il genocidio del popolo palestinese, non può immaginare di gestire un progetto di pace. Qualunque essa sia. In qualsiasi modo immaginato dagli Stati Uniti.
Questa classe dirigente è in pieno conflitto d’interessi con la strage del popolo palestinese
Qualunque processo di pace dovrà preliminarmente assistere al ritiro dalla scena politica di tutto il governo Netanyahu, sotto inchiesta per il genocidio. A prescindere dal fatto che la vera politica di Netanyahu è dettata da forze estremiste, come ad esempio la destra messianica, o come i coloni organizzati per compiere atti di violenza contro i palestinesi. Fino a quando Israele continuerà l’occupazione militare dei territori della guerra del ‘67, in opposizione al dettato delle delibere del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, non solo non sarà mai possibile l’esperimento di alcun processo di pace, ma la stessa tregua sarà formalmente sempre in gravissimo pericolo.
Felice Orsini e l’attentato a Napoleone III
Questa condizione di occupazione dei territori, di violenze da parte dei coloni israeliani contro il popolo palestinese, sembra far rivivere a noi italiani proprio la condizione in cui versava il nostro Paese, prima che iniziasse l’unificazione nazionale. Portata quasi a termine nel 1870, con Roma capitale. Prima del 1870, e prima ancora delle tre guerre d’indipendenza, organizzate dal regno sabaudo, la condizione italiana era drammatica. In quel contesto di divisione del nostro Paese, tra imperi e granducati, un patriota mazziniano, Felice Orsini, concepì un pienamente folle, azzardato e criminale disegno di compiere un attentato alla vita dell’imperatore di Francia, Luigi Napoleone. Nipote del Bonaparte ed assunto al potere col nome di Napoleone III.
Fortunatamente, l’imperatore e la consorte uscirono indenni dalle bombe lanciate da Felice Orsini sul corteo presidenziale. Bombe che comunque causarono morti e feriti tra gli uomini di scorta all’imperatore francese. Felice Orsini pagò con la vita il suo folle gesto. Ma il processo di costruzione dell’Unità del nostro Paese non si fermò affatto. Non solo, ma anzi, proprio Napoleone III venne in soccorso all’Unità dell’Italia in occasione della seconda guerra d’indipendenza. E con la conquista della Lombardia. Dall’Austria di Francesco Giuseppe e con la sua consegna al Piemonte di Vittorio Emanuele II.
La condizione attuale del popolo palestinese

Questo esempio ci permette oggi di capire meglio come la condizione drammatica di un popolo sofferente, in cerca di una sua patria e di una sua unità territoriale, morale, storica e politica, possa dar vita perfino a gesti folli e drammatici. Ieri, Felice Orsini, oggi, 7 ottobre 2023, Hamas. Con questo non vogliamo giustificare la violenza, il terrorismo e la guerra.
Vogliamo riflettere soltanto sul punto che la condizione di vita drammatica di un popolo può originare gesti folli e crimini veri e propri. Da questo racconto emerge che, soprattutto noi italiani, dobbiamo comprendere la condizione di un popolo palestinese alla disperata ricerca di un territorio e di uno Stato. Perchè quella fu la tragica condizione che abbiamo già attraversato 150 anni fa.
Un’ “Alleanza per il Progresso” a favore del popolo palestinese
Dunque, il problema più urgente da risolvere per Trump è un decisivo miglioramento della condizione del popolo palestinese. Gli Stati Uniti non dovranno essere alleati soltanto di Israele ma dovranno essere parimenti alleati del popolo palestinese e del processo di costruzione del nuovo Stato. Come già avvenuto ad Oslo. Occorre guardare anche in direzione della Palestina. E in che modo guardare verso la Palestina? Per esempio, progettando un complesso di aiuti economici, politici, morali, con sostegni finanziari per costruire lo Stato Palestinese e per costruire la libertà, l’autodeterminazione e la democrazia dello Stato Palestinese.
Occorre quindi fare riferimento da parte del presidente Trump ad una catena o complesso di aiuti a favore del popolo palestinese. Proprio come il suo illustre predecessore, il Presidente John Fitzgerald Kennedy. Il caro, amato, ammirato ed indimenticato Presidente della “Nuova Frontiera” concepì gli aiuti dell’Alleanza per il Progresso a favore delle nazioni povere del continente americano. Il presidente Trump, quindi, può o potrebbe far riferimento per aiutare il popolo palestinese al memorabile disegno concepito da John Kennedy per aiutare l’America latina e sollevarne le condizioni in cui versava negli anni ‘60.
Sia allora questo il modello a cui il presidente Trump dovrà fare riferimento per dare corso e sostegno al progetto politico e morale di una Palestina libera.
Sebastiano Catalano
Giovanna Fortunato
