Politica / Trump depone dal potere Nicolàs Maduro in opposizione al diritto internazionale

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Maduro

Il prelevamento del presidente Venezuelano, Nicolàs Maduro, portato a termine il 3/01/2026, nel corso di un organizzato blitz delle forze speciali dell’esercito statunitense ha prodotto una spettacolare azione violenta e cruenta. Ma anche atroce e barbara nell’uccisione di 100 persone, tra coloro che costituivano lo scudo protettivo del leader di Caracas.

L’azione militare americana ha provocato e provoca tuttora profonda costernazione e sincera esecrazione in ogni settore dell’opinione pubblica. Orrore e sgomento per un modo di agire che mai e poi mai dovrebbe essere messo nell’agenda di un Paese democratico. Avente come scopo primario e necessario la violazione della sovranità e dell’integrità territoriale di un altro Stato.                                                                                          Quanto avvenuto in Venezuela suscita pertanto profondo turbamento. E uno stato d’animo colpito fin nel suo intimo per l’evidente, pesante antigiuridicità inflitta ai comuni valori democratici, pilastri insormontabili della civile convivenza.

Nicolàs Maduro: rapito e sequestrato, per un ordine di cattura della giustizia americana?

È verosimile la narrazione del leader di Caracas, rapito e sequestrato dall’Esecutivo statunitense, con una azione armata e violenta, per corrispondere all’ordine della giustizia americana? Intanto, ci troveremo di fronte ad una perfetta violazione della tripartizione dei poteri di Charles Louis de Secondat, Barone di Montesquieu. Se ci fosse stato un ordine di cattura di una corte americana contro Maduro, avrebbe dovuto provvedere il potere giudiziario con i suoi agenti e non il potere esecutivo. Imbracciando le armi da fuoco. Questo punto dovrebbe essere fuori discussione. Il potere esecutivo doveva essere tenuto fuori.

Blitz americano contro Maduro
Tutte foto AgenSir

La spiegazione ufficiale che è stata diffusa tra i Media non convince dunque affatto. Se dunque il capo dello Stato Venezuelano doveva essere posto a disposizione delle autorità giudiziarie statunitensi, per un sospetto inquinamento delle prove piuttosto che per un pericolo di fuga, trattandosi di carcerazione preventiva, in attesa di processo, la questione andava dibattuta e risolta all’interno dell’Autorità giudiziaria americana. (Con trattati di estradizione e quant’altro). Salvaguardando i diritti di imputato in un processo. In cui l’innocenza è sempre presunta. E la colpevolezza va accertata “al di là di ogni ragionevole dubbio e certezza morale” come afferma solennemente il codice penale americano.

E con imparzialità assoluta – ovviamente – dell’Organo giudicante. Che deve ammettere sia le prove a carico come anche quelle a discarico. Dunque, Nicolàs Maduro, imputato di reati quali il narcotraffico, commessi negli Stati Uniti, tutti da accertare con le garanzie di legge applicate al leader di Caracas. Se quello dunque fosse stato realmente il vero motivo dell’arresto, non ci sarebbe stato bisogno – con certezza – della forza militare per gestire la condizione di un imputato di reati comuni, da sottoporre a processo.

I sospetti e le evidenze sono di diverso tenore

Il convincimento – perfino rafforzato, e non certo smentito da dichiarazioni della stessa Casa Bianca (esponenti dell’esecutivo repubblicano) è piuttosto di diversa natura. Fa risalire il blitz armato americano a motivazioni riconducibili alla politica degli scambi economici, ritenuti penalizzanti dagli Stati Uniti. Politica intrapresa da Caracas già col presidente carismatico Hugo Chavez.

Maduro dunque rapito e sequestrato per questioni di politica economica, che sarebbe insoddisfacente dal lato di Washington. Ma non solo il petrolio, di cui il Venezuela è ingente produttore. Tra i più ricchi di fonti energetiche di tutto il Pianeta. L’insoddisfacente scambio è visto anche – dal lato statunitense – pure dal lato di altre risorse naturali e materie prime inserite o comprese in quello che dal punto di vista di Trump dovrebbe essere un rapporto nuovo e privilegiato tra Venezuela e Stati Uniti.

Nel mirino di Trump c’è anche Cuba

Nell’occasione è stato messo in discussione (e dunque anche in conto) il rapporto economico preferenziale, che è in corso e vigente, tra Caracas e L’Avana.
La Repubblica caraibica otterrebbe particolari benefici nel commercio del petrolio, venduto da Caracas. Almeno, secondo le pretese degli Stati Uniti. Il petrolio visto come arma nelle mani del Venezuela per attrarre nella sua orbita (di sinistra) proprio Cuba. Ciò è visto con sospettoso e geloso spirito dagli Stati Uniti. Pretese americane che invocano da Caracas un mutamento di politica non solo verso gli States ma anche perfino verso Cuba. Venezuela

Con la detronizzazione di Maduro hanno dunque preso due piccioni con una fava? Si ritiene che la sostituzione di Maduro al vertice dello Stato venezuelano dovrebbe servire ad attrarre ancor più Cuba entro la sfera d’influenza di Washington. Particolarmente, proprio tale ultimo aspetto, interessa o interesserebbe proprio il Segretario di Stato, Marco Rubio.

Questi, proveniente da famiglia di emigrati Cubani – tra gli anni ’50 e ’70 del secolo passato, è persona sensibile al fatto che l’isola Caraibica sia integrata con una politica di centro-destra americana. Rubio sarebbe tra quelle persone che – all’interno dell’Amministrazione – con maggiore vigore ha patrocinato la caduta del presidente Maduro. E proprio per la politica ritenuta troppo favorevole a Cuba, intrapresa da Caracas.

Trump viola il diritto internazionale ogni volta che è sottoposto a pressioni dalle lobbies che hanno garantito la sua rielezione alla Casa Bianca

Una ipotesi inquietante – che comincia a farsi strada tra i commentatori politici ed i mass media – è quella secondo la quale le lobbies forzerebbero la mano al presidente. Ipotesi da leggere, esaminare e valutare insieme nei due episodi: il precedente del bombardamento dei siti nucleari iraniani, e quello attuale della destituzione di Maduro.

Già nel 2025, il presidente, dunque sottoposto a pressioni dalla lobby ebraica, affinché l’Iran intraprendesse normali relazioni economiche con Gerusalemme. Cosa problematica da immaginare, oggi con gli Ayatollah al potere a Teheran. Da lì il bombardamento dei siti nucleari di Teheran. Il pretesto di fermare il programma nucleare iraniano non inganna ormai più nessuno. Trump dunque in difesa degli interessi economici e commerciali di Tel Aviv.

Ieri dunque per difendere gli interessi economici di un alleato, cioè di Tel Aviv. Oggi, contro Maduro, per difendere direttamente gli interessi economici americani. In entrambi i casi, passando sopra al diritto internazionale. E quello oscura o offusca l’immagine dell’Amministrazione. E non fa certo bene e non rende certo più giusta e più salda la democrazia americana, e neppure l’immagine degli Stati Uniti nel Mondo. Per quello che auspicò, in sede ONU, il suo illustre predecessore: “Entro i limiti di questa Assemblea, i forti saranno giusti ed i deboli, sicuri”.
E, con l’ingiustizia del più forte, non aumenta la sicurezza nel Mondo. E neppure l’aspirazione di tutti i popoli a difendere la pace.

Il presidente rievoca o riproduce i fantasmi del passato?

Se ci accostiamo alla storia americana degli ultimi 75-80 anni, scopriamo che gli esecutivi – sia democratici che repubblicani – fatte salve lodevoli ed autorevoli eccezioni, intrapresero già, a quel tempo, la cieca politica della destituzione dei capi di Stato o anche di governo che non soddisfacevano completamente gli interessi economici nordamericani, almeno nella misura in cui era loro chiesto. Maduro

Così, oggi annoveriamo il presidente Eisenhower che spodestò Arbenz nel ’54 in Guatemala, “colpevole” di non favorire completamente gli interessi della United Fruit Company. E poi, tra la fine del 1960 ed il 17 gennaio 1961, giungere alla destituzione del primo ministro Patrice Lumumba, leader carismatico e molto amato dal suo popolo, ma perfino a dare l’ordine di ucciderlo, proprio alla vigilia dell’inaugurazione della Presidenza di John Fitzgerald Kennedy.

Poi via via proseguiamo con Nixon che ordinò il colpo di Stato in Cile contro il presidente legittimo del Paese, Salvador Allende, per continuare con Bush senior che nel 1990 silurò Noriega a Panama per poi proseguire con Bush jr. che dichiarò addirittura guerra a Saddam Hussein. E finire con Obama che diede appoggio politico e militare alla Francia ed alla Gran Bretagna desideroso di liquidare il presidente libico, Muammar Gheddafi.
Allora, dobbiamo riconoscere – non certo con osservazione politica positiva – che anche Donald Trump ha voluto iscrivere la sua presidenza in questo lungo elenco.

Dottrina Monroe o dottrina Donroe?

La dottrina Monroe non si adatta, o non si adatterebbe, oggi a distanza di più di 200 anni. Dall’epoca in cui il presidente statunitense James Monroe la elaborò, la introdusse e la inaugurò (giugno 1823). Per dare spazio ad una politica di difesa degli interessi delle Repubbliche del continente americano, minacciati dai colonialisti europei ( ad es. la Spagna). A quel tempo, lo spirito di quella politica era infatti perfettamente adatto alla difesa delle Repubbliche del centro-america.

Oggi, a 200 anni di distanza, è cambiato tutto. Basti solo riflettere riguardo alla carta delle Nazioni Unite, introdotta a San Francisco. O anche alla stessa O.S.A., Organizzazione degli Stati Americani, le cui delibere sono importanti e vincolanti.
Allora, che bisogno ci sarebbe oggi della dottrina Monroe? Potrebbe mai in uno scenario internazionale come quello odierno, la sola dottrina, dirigere la politica internazionale degli Stati Uniti?

Qualcuno scherzosamente ha fatto riferimento alla “dottrina Donroe”. Sta di fatto che un presidente intelligente, coraggioso, avveduto e saggio come il Presidente della “Nuova Frontiera”, già nel ’62 riconobbe che la sola dottrina Monroe non era applicabile alla soluzione della difficilissima “crisi di Cuba”.

Perché non era applicabile? Perché il Presidente Kennedy si rese subito conto che non gli dava la copertura formale e giuridica per poter agire e trovare un compromesso con Khrushchew. La copertura giuridica infatti venne trovata con l’OSA. Cioè, con la delibera che gli dava l’autorizzazione di disporre il blocco navale attorno a Cuba. Diversamente, il blocco navale sarebbe un atto contrario al diritto internazionale. Per tal motivo, lui provocò la delibera dell’OSA. E quello gli diede ragione perché aiutò a trovare il compromesso con Khrushchew.

Conclusione

Il Presidente John Fitzgerald Kennedy, in tutti i suoi 1036 giorni in cui fu a capo dell’Esecutivo statunitense, dimostrò con coerenza e coraggio di avere un rispetto sacro del diritto internazionale. Contrariamente a quello che – in modo peraltro errato – una parte della critica storica ha ritenuto fino a un certo tempo, gli storici di oggi, più aggiornati e più credibili, sono in condizione di escludere tassativamente che il Presidente della “Nuova Frontiera” abbia mai autorizzato l’invasione alla Baia dei Porci. Anzi, il Presidente fece preventivamente impegnare la CIA che nessun americano avrebbe partecipato a quell’invasione. E sottolineò questo impegno con la seguente affermazione: “E’ una questione tra di loro, tra Cubani. A noi non interessa!”.

Fu dunque la CIA che ingannò e tradì il Presidente degli Stati Uniti. La CIA avrebbe dovuto annullare tutto. Ma mandò avanti un’operazione che non serviva a niente. Se non a mettere in cattiva luce ed in imbarazzo l’immagine e la persona del Presidente Kennedy. Quindi, non ci fu neppure in quel caso alcuna violazione del diritto internazionale da parte della Casa Bianca.
La CIA fu responsabile di tutto perché controllava tecnicamente i profughi Cubani. Fu la CIA a tradire il Presidente che era invece obbligata a rispettare fedelmente ed a servire.
In conclusione, Trump dovrebbe dare maggiore spazio nel futuro della sua presidenza all’insegnamento del suo illustre predecessore. Ne trarrebbe certamente benefici, vantaggi, lustro ed ammirazione.

                                                                         Sebastiano Catalano
                                                                          Giovanna Fortunato