Il secondo (in meno di un anno) conflitto israelo-statunitense ai danni dell’Iran del secondo mandato presidenziale di Donald Trump, ed il contemporaneo stato di guerra israelo-libanese, entrambi faticosamente approdati in una tregua fragile e comunque armata, ma anche dura ed amara, perché imposta dalle minacce ingiuste ed illegittime degli Stati aggressori, vivono dei momenti di particolare contrapposizione. E, di conseguenza, attraversano le vicissitudini, intense e comprensibili del particolare momento. Gli iraniani come i libanesi, giudicano esose le pretese dei Paesi invasori ed aggressori. E molte proposte di negoziato rischiano di restare sogni vani ed impercorribili.
Cosa pretendono gli USA dall’Iran?
Gli USA pretendono (o pretenderebbero) dall’Iran la chiusura degli impianti nucleari a fini pacifici. E gli israeliani pretenderebbero l’occupazione di una fascia di territorio libanese. Ad un fine di controllo cautelare o precauzionale. Due domande allora sorgono spontanee: perché gli USA ed Israele non delegano i loro contrasti agli Organi internazionali, appositamente preposti per impedire i conflitti e sedare quei contrasti? Cosa dovrebbero forse fare l’AIEA e l’ONU? Ed una domanda emerge inascoltata: perché Trump che parla tanto di pace, si lascia irretire o trascinare in azioni belliche, anche dal suo più stretto amico ed alleato, Netanyahu? Domande senza risposta.
I motivi del conflitto apparentemente incomprensibili

Se i motivi delle aggressioni fossero quelli ufficialmente dichiarati dagli Stati che hanno ripetutamente violato il diritto internazionale, sarebbero in apparenza incomprensibili. Perché a risolverli ci sarebbero – anzi, ci sono – Organi internazionali delegati o deputati a quello scopo. Pertanto, tutto quello che è accaduto, sarebbe incomprensibile – comprese le minacce di Trump di bombardamento nucleare all’Iran. O comunque, di distruzione di siti ed infrastrutture civili, come strade, ponti e centrali elettriche.
I veri motivi sono diversi
Trump si è lasciato trascinare dalle sirene che – all’interno come all’esterno della sua Nazione – lo hanno convinto che l’Iran avrebbe accettato facilmente – come avvenuto per il Venezuela – un cambio di governo più favorevole agli interessi economici statunitensi. Però, quella che era evidentemente una ipotesi astratta, nel caso dell’Iran, non si concretizzava nei fatti. La nuova guida spirituale dell’Iran, Khamenei jr., non è tanto più disponibile e morbido, rispetto al padre. I popoli dell’Iran sono, infatti, molto orgogliosi e non certo disponibili a lasciarsi docilmente guidare da Trump. Insomma, il presidente americano si è cacciato in un bel pasticcio da cui non sarà facile svincolarsi. Ma chi glielo ha fatto fare, visto che sia la CIA come pure il Pentagono escludevano tassativamente che Teheran potesse costituire una minaccia alla sicurezza occidentale (europea ed americana)?
La chiave per capire quanto sta accadendo in Medio – Oriente
Ecco allora che la “guerra incomprensibile” può essere agevolmente esaminata e valutata, all’interno di un contesto in cui ha un peso preponderante la condizione economica americana, come nel secondo mandato di Trump. E va considerato necessariamente pure quello che è stato previsto all’interno dell’agenda politica sottoposta al presidente, una volta insediato alla Casa Bianca, il 20 gennaio 2025.

Ecco, dunque, che la difficoltà di Trump di rispettare i termini ed i tempi dell’agenda politica, ha condotto il presidente ad una condizione palese di nervosismo e, a volte, perfino di incomunicabilità. Notata e denunciata clamorosamente perfino nell’attacco al Papa ed al presidente del Consiglio, on.le Giorgia Meloni. Che aveva avuto il torto, secondo il presidente americano, di aver preso le difese di Papa Leone XIV.
La condizione economica degli Stati Uniti nel primo mandato presidenziale di Donald Trump (2017-2021)
Occorre precisare subito che, all’inizio del primo mandato presidenziale, Donald Trump ereditò da Barack Obama, una Nazione con inflazione elevata e stato generale della Borsa e della condizione lavorativa, certamente depressi. Nel corso del primo periodo di carica del leader repubblicano, la gestione delle tre emergenze migliorò notevolmente. Ed il Paese che, nel 2021, Trump trasmise a Biden era certamente migliore da quello ereditato da Obama, nel 2017.
Bisogna anche aggiungere che l’elezione di Trump, a novembre del 2016, era dovuta più al fatto peculiare del sistema elettorale americano che premiava i grandi elettori piuttosto che i voti individuali. Il tycoon, infatti, aveva riportato 500 mila voti personali in meno rispetto ad Hillary Clinton, ma prevalse grazie ai voti dei grandi elettori. Dunque, quell’elezione così contrastata, si sviluppò poi – tramite l’agenda del nuovo capo della Casa Bianca – nella rimessa in sicurezza dell’economia interna della corazzata americana. E quello, infatti, il presidente Trump attuò pienamente. Restava, al termine del suo primo periodo di carica, ancora intatto, il debito pubblico elevato.
Il secondo periodo di carica di Trump (2025-2029)
Ed il debito pubblico elevato – insieme con un livello d’inflazione percepitot dal popolo americano più elevato rispetto al 2021 – hanno costituito i fondamentali e basilari impegni della seconda Amministrazione repubblicana. Inserì nell’agenda politica, insieme con l’inflazione, l’assillante problema del debito pubblico.
Il debito pubblico: il problema più importante di Trump nell’agenda politica
Tutto dunque ha origine da lì. Cioè, dalla necessità che il presidente ha di iniziare il rientro del debito pubblico fuori controllo. Ma, come fare? Le ricette economiche sono varie e di diversa natura. Il presidente ha voluto subito abbracciare il ruolo degli alleati. Contando di fare in modo che potessero <<comprare>> una parte del debito pubblico americano. Ma la missione si è rivelata impossibile.
Gli alleati si sono dimostrati generalmente riluttanti all’idea della compravendita del debito pubblico americano. Il presidente ha cercato allora una via indiretta, che gli avrebbe fatto raggiungere lo stesso risultato: i dazi doganali. Ma la Corte Suprema gli ha dato torto. I dazi doganali, come mezzo mensile e temporaneo, sono inaccettabili. Non lo sono come misura definitiva.
Sfumano le vie economiche diplomatiche per risanare il debito pubblico?
Ed allora, come fare? Come fare per onorare l’impegno assunto nell’agenda politica del 2025? Il presidente si è ricordato che l’aquila imperiale (simbolo degli Stati Uniti) detiene l’ulivo e le frecce. Quando viene a mancare l’ulivo, restano le frecce. Ecco, dunque, che i tre interventi militari, – nell’ordine di tempo, Israele contro Iran prima, la crisi Venezuelana poi e, da ultimo, il secondo intervento armato, sempre e di nuovo in Iran – hanno come scopo di medio e lungo periodo, l’approvvigionamento di risorse naturali ed energetiche per gli USA, a condizioni certamente migliori per gli Stati Uniti.

Cioè, per il Venezuela, intanto, commerciare di più con gli Stati Uniti e non con i paesi del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). Gli Stati Uniti fanno sentire di più il loro peso sul mercato economico globale, con prezzi di mercato delle materie prime (petrolifere) più elevati rispetto a quelli praticati dal BRICS. Questo primo passo, Trump lo ha già compiuto col Venezuela. Cioè con nuovi leader più disponibili verso gli USA. E non verso i BRICS. Vorrebbe ottenere lo stesso successo con l’Iran. Ma, là vicino, c’è la Cina. Quindi, con l’Iran sarà più difficile. Ma dovrà sempre negoziare con la guerra, per non ottenere la chiusura dello Stretto di Hormuz. E già solo quello basterà a far salire il prezzo di greggio e metano. Cosa che non dispiacerebbe agli Stati Uniti, ma solo fino a un certo punto. Comunque, la via maestra è sempre il negoziato. E non certo la guerra.
La pace in Ucraina, su cui faceva affidamento Trump, non era certo così disinteressata per il leader statunitense
Donald Trump, con l’iniziativa che doveva approdare prima alla tregua tra Kiev e Mosca e poi al negoziato, non poteva certo proporre i suoi tentativi come disinteressati. Desideroso di avere qualcosa in cambio per gli Stati Uniti. Una parte delle terre rare Ucraine. E con esse, probabilmente anche il disegno di sottrarre Mosca (o, comunque, rendere il legame più tenue) dal cartello economico dei BRICS. Disegno di Trump non andato, almeno fino ad ora, a buon fine. Ma il presidente, per far abbassare il debito pubblico americano, ha due forti carte da giocare, se vuole:
- Tagliare la spesa pubblica improduttiva (o scarsamente produttiva), secondo la ricetta economica proposta nel 1963 dal suo illustre predecessore, il presidente John Fitzgerald Kennedy. Cioè chiudere o ridimensionare molti stabilimenti militari in patria ed all’estero.
- Rendere più forte la competitività economica americana in modo tale che le esportazioni superino largamente ed ampiamente le importazioni.
In fin dei conti, può ottenere lo stesso risultato, limitando al minimo la corsa agli armamenti. Ed evitando i disastri politici, morali, psicologici ed umani, delle guerre.
La politica non perda mai di vista la questione morale
In fin dei conti, Trump dovrà preoccuparsi che la politica non perda di vista la questione etica e morale. Quella che i popoli interpellano e sollevano ai dirigenti delle Nazioni. Proprio l’indirizzo di Papa Leone XIV, su cui Trump, sbagliando completamente, ha voluto rimarcare la sua differenza di vedute.
Il presidente collegato alla dottrina protestante che vede nel guadagno il corrispettivo della fede in Dio
Il guadagno sarebbe il corrispettivo che Dio riserva ai suoi fedeli servitori? Si tratterebbe di una dottrina discutibile. Anche se largamente diffusa tra i sostenitori repubblicani. Una fede che veicola milioni di voti. Ma, tale visuale protestante, dei rapporti tra fede e politica, non può certo essere proposta anche dal cattolicesimo della Chiesa di Roma. Che vuole Dio sempre dalla parte dei poveri, degli emarginati e dei bisognosi di aiuto. Là, il cattolico vede l’altro come suo fratello. Le sfere d’influenza sono diverse. La Chiesa si rivolge ai valori spirituali e morali.
La politica di Trump persegue il successo economico. Sotto tali profili, è un fatto assolutamente normale, che i Papi abbiano condannato e continuino a condannare le guerre “ingiuste ed illegittime” (Papa Giovanni Paolo II, sia per la prima Guerra del Golfo che per la seconda), le leggi immorali (l’aborto di Clinton) ed i muri per i migranti, come fece Papa Francesco proprio con Trump.
Conclusione
Per Trump, invece, dovrebbe costituire motivo di riflessione e meditazione, apprendere che il presidente John Fitzgerald Kennedy, nel 1963, presentò l’Enciclica “Pacem in Terris”, nell’edizione inglese, esprimendosi in questi termini: “Come cattolico, ne sono orgoglioso (sott. dell’Enciclica). Come americano, ne traggo beneficio”. Una chiara indicazione della via da seguire, in rapporto alla quale il presidente Trump dovrebbe trovarsi in sintonia.
Sebastiano Catalano
Giovanna Fortunato
