Religioni / Oriente e occidente in dialogo. Il gesuita Prospero Intorcetta di Piazza Armerina interprete di due culture

Non tutti sanno che i rapporti ad oggi così discussi tra l’occidente e la Cina risalgono al sedicesimo secolo.

Iniziarono durante l’ultimo periodo della dinastia dei Ming ad opera prevalentemente di missionari gesuiti, molti dei quali siciliani, ed erano rapporti di tipo culturale e spirituale ben lontani dagli odierni fini strettamente economici.

La notizie a nostra disposizione provengono da prime narrazioni ad opera di Matteo Ricci e Nicolas Trigault , membri della Compagnia di Gesù. Tra i molti missionari, i gesuiti occuparono un ruolo di primo piano avendo sviluppato un vero e proprio metodo di evangelizzazione della Cina fondato su principi quali: una politica di adeguamento ai costumi cinesi grazie innanzitutto all’apprendimento della lingua; apertura e tolleranza verso gli alti valori morali che già caratterizzavano la cultura cinese; evangelizzazione dall’alto verso il basso, cercando di catturare la curiosità degli eruditi cinesi; divulgazione indiretta tramite l’uso delle  scienze e della tecnologia europea.

Piazza Armerina. Busto di Prospero Intorcetta posto all'ingresso della biblioteca comunale

Piazza Armerina. Busto di Prospero Intorcetta posto all’ingresso della biblioteca comunale

Caduta la dinasta Ming, gli imperatori succeduti chiusero le  frontiere del Paese proibendo l’ingresso e addirittura lo scambio epistolare con gli stranieri. Tuttavia chiunque poteva accedere agli studi letterari e risalire la scala sociale.

Durante la prima parte del sedicesimo secolo i portoghesi stabiliti a Goa e a Malacca cercarono di intraprendere degli scambi commerciali con la Cina che essendogli stati negati, proseguirono nella clandestinità.  Riuscirono dopo tempo ad ottenere di stabilirsi nell’estremità Sud del Paese, dove nacque la città di Macao che divenne la porta  d’ingresso dell’occidente in Cina.

Così nel 1665 giungeva in Cina un missionario gesuita siciliano: Prospero Intorcetta. Le fonti a nostra disposizione riportano che fu affidato al giovane gesuita il compito di evangelizzare e battezzare i convertiti nelle zone più interne del Paese e di costruire chiese per i nuovi fedeli.

Ad Hangzhou città che gli fu affidata dopo la morte del suo predecessore Carlo Maria Martini, portò a conclusione la costruzione della chiesa iniziata da quest’ultimo, facendo affrescare l’interno da un cristiano cinese e con molta probabilità fu la chiesa più bella della Cina “impareggiabilmente più adorna, e più gentile” della più maestosa delle moschee.

Ma la maggiore fama tra i posteri riguarda l’Intorcetta semiologo, ovvero la sua intensa opera volta alla traduzione e diffusione del pensiero e dei testi di Confucio in occidente, lavoro importantissimo per due ragioni: iniziare i nuovi missionari alla cultura e alla spiritualità cinese e diffusione in occidente di una nuova dottrina, di una allora sconosciuta spiritualità.

Lo stesso nome di Confucio, deve la sua origine ai missionari gesuiti,  e corrisponde alla traduzione di Kongfuzi che letteralmente significa Maestro Kong.

Umile e laborioso, Prospero Intorcetta ha ispirato la nascita di un istituto a lui dedicato,  la Fondazione Prospero Intorcetta Cultura Aperta col precipuo scopo di valorizzare la figura del gesuita originario di Piazza Armerina e al contempo rendere la cittadina punto centrale di ricerche e sviluppo culturale nel contesto siciliano e internazionale.

Numerose sono state le attività promosse dalla Fondazione, costituita nel dicembre del 2007, volte ad affermare i principi di una cultura aperta, senza confini, fondata sul  costante e prolifico scambio tra i popoli.

Il suo attuale presidente, il dottore Giuseppe Portogallo, insieme ai soci fondatori e ad esperti ricercatori e collaboratori, lavorano costantemente per la promozione e la divulgazione non solo della figura di Prospero Intorcetta, ma di tutta l’opera gesuita attraverso i secoli.

Del resto Confucio stesso ha detto nei Dialoghi: “Studiare e praticare quanto appreso non è forse un diletto? Accogliere compagni provenienti da luoghi lontani non è forse una gioia?”

Vane V. Giunta