P.C. Acronimo non di personal computer, come avrete subito pensato, ma di… politically correct (politicamente corretto).. Terminologia adusa e abusata in questi tempi pervasi da una supina e evasiva omologazione culturale. In cui una dilagante società “liquida” discioglie nel suo fluire ogni traccia di correttezza… semantica.
E distorce il senso dei termini, fino a significati contrari a quelli originari (ns. articolo del 4 marzo).
Paradossale, vero? E pure… s-corretto! Se non ne convenite, seguitemi e approderete allo stesso esito. A cui ci guida un itinerario etimologico.
Se la parola correct è di immediata accezione, la prerogativa rinvia all’avverbio a cui è attribuita, politically, la cui traduzione fedele può suggerirsi politicamente. Cioè qualcosa che inerisce alla polis; a una comunità che si disciplina, appunto, con scelte politiche.
In democrazia, queste di fatto sono neutre rispetto ai valori etici. Votate come sono, alla formazione di un’unica volontà espressa da una maggioranza, peraltro esposta a condizionamenti di varia natura. I cui contorni sfumano in un’uniformità di pensieri e di parole, che assimila le coscienze individuali.

Perciò mutevoli; come le volute di foglie sfrondate dai rami, da folate di un vento che spira da altrove. Sì che, ciò che si assume consono a un consesso umano, in un determinato contesto storico, è quanto sia confacente ai più, a prescindere da una sua rispondenza a valori etici; e quindi alla sua correttezza. Anzi spesso in sua antitesi; con implicazioni che possono essere intrise della più becera disumanità.
Vangelo politically correct o…eticamente scorretto
Così ciò che può affermarsi come politicamente corretto, può rivelarsi di contro eticamente scorretto. E la più corretta attuazione della volontà politica legittimare l’induzione alle più scorretta ingiustizia. Amara evidenza suggerita dalla storia e che trova la più esecrabile conferma nella condanna di Gesù.
Comminata da Pilato e a lui imposta dai farisei, con l’apporto di una moltitudine amorfa e omologata. Con l’artificio di accusa della più alta scorrettezza politica: essersi dichiarato Re poiché figlio di Dio. Voce dissonante dal senso comune, addotta a dispregio di un ordine politico per Lui invece irrilevante.

Proprio perchè non votata al sovvertimento di una polis di un determinato contesto storico, ma perché volta alla edificazione di una nuova Gerusalemme Celeste, compiuta realizzazione della storia stessa.
Ciò malgrado osteggiata per l’impossibilità di un’omologazione e neutralizzazione, per la sua alterità. Che trova compiuta espressione nella donazione di sé sulla Croce. Così politicamente scorretta per i canoni etici del tempo, da costituire scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani (1Cor. 1,22-25).
Atta così a sconvolgere modus vivendi ovunque consolidati e corroborati da formalismi fini a sè stessi; la cui pretesa correttezza implicava la massificazione delle coscienze e la sopraffazione sulle identità. Come tale capace invece di instaurare la più grande spinta rivoluzionaria della storia, quella del cuore.
Non a rovesciare istituzioni pubbliche ma a ricondurre le scelte personali all’egida del diritto naturale. E così liberarle dai retaggi di un perbenismo in apparenza tranquillizzante, ma in realtà solo stagnante.
L’intera vita del nostro Signore, il suo insegnamento e il suo lascito invitano tutti noi alla sua sequela. E a non farci condizionare e omologare da luoghi comuni intrisi di banalità e condivisi per comodità. Che inducano a uniformarsi al vocio comune, abiurando coi propri silenzi a principi etici inderogabili.
Una compiacente uniformità e silente tiepidezza, che il Vate chiama ignavia, sarà vagliata e giudicata. Poichè elusiva e non rispondente a quella chiamata a un impegno scomodo che promana dal Vangelo. Soprattutto sui temi che sollecitano le coscienze: tutela della vita; libertà culturale; giustizia sociale.
Riecheggia ieri, oggi, in ogni tempo…il monito di San Paolo: Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. (Rom 12,2).
Non rendiamolo vano pure noi, in questo tempo.
Giuseppe Longo
