Salone del libro di Torino / Cultura aperta con il “bene in vista”. E la Santa Sede paese ospite dell’anno

Non esiste, in Italia, una formula simile, capace di richiamare nello stesso luogo e negli stessi giorni le trattative degli editori e le scolaresche in gita, la virtualità delle nuove tecnologie elettroniche, gli investimenti narrativi di “Lingua madre” e la presenza di una “cultura” che si è sempre pensata e voluta universale, come è quella del cattolicesimo romano.
Lo stand della Santa Sede al Salone del Libro di Torino
Lo stand della Santa Sede al Salone del Libro di Torino

Così alla fine si scopre che il vero bene sono gli altri – quelli che una volta si chiamavano: “il prossimo”; le persone vive e vere, che vengono prima dei social media e dei libri elettronici. Ci voleva, per ottenere questo risultato, la provocazione intelligente del tema (“Bene in vista”), come nelle vetrine delle librerie, dove è necessario che “in vista” vengano piazzati i prodotti da sostenere e lanciare, o i best seller. E poi però nel tema c’è, ugualmente esplicito e provocatorio, il collegamento con il Paese ospite, quella Santa Sede che è, più che un Paese, uno “Stato morale”, il richiamo visibile e permanente a valori universali.

La scelta vera – quella culturale di chi ha “pensato” questa 27esima edizione della Fiera torinese – sta ancora oltre: nell’aver voluto puntare sul “bene” che attraverso i libri si può godere e fruire. L’impianto del Salone, infatti, si arricchisce da un anno all’altro di “attenzioni” che intorno al libro mettono in circolo valori, quasi inseguendo un paradosso: il libro diventa sempre più oggetto immateriale e multimediale, ma proprio le possibilità di un accesso più ampio e diretto fanno tornare in primo piano i “contenuti”, e non solamente gli oggetti che li contengono o le tecnologie che li trasportano… Il risultato è una partecipazione sempre più ampia e differenziata; e per tanta gente, non solo torinese, il Salone stesso finisce per essere, nell’anno, il momento dell’aggiornamento culturale, la possibilità di mettere il naso anche al di là dei propri obblighi o dei propri interessi. Non esiste, in Italia, una simile formula di “cultura aperta”, capace di richiamare nello stesso luogo e negli stessi giorni le trattative degli editori e le scolaresche in gita, la virtualità delle nuove tecnologie elettroniche, gli investimenti narrativi di “Lingua madre” e – come è appunto il tema di quest’anno – la presenza di una “cultura” che si è sempre pensata e voluta universale, come è quella del cattolicesimo romano.

I “numeri”, fino ad ora, hanno dato ragione a Ernesto Ferrero e Rolando Picchioni, direttore e presidente del Salone. Da un anno all’altro cresce il numero dei partecipanti, grazie anche al clima di mondanità che si crea intorno ai tantissimi personaggi grandi e piccoli chiamati (o autoinvitatisi) a presentare e presenziare. Crescono anche i volumi di affari propriamente editoriali. Un segnale di successo sembra rappresentato dalle voci di questi giorni: il gigante europeo del libro, la Fiera di Francoforte, sarebbe interessato a stringere un accordo con Torino; e persino la Cina avrebbe individuato qui il partner “giusto” per continuare quel cammino lento di “interazione” con la cultura europea. Nella prossima edizione il Paese ospite sarà la Germania: e si vedrà se la “sinergia” funziona.

Il Salone è anche, naturalmente, il termometro del cambiamento. La carta apparentemente non diminuisce, ma crescono comunque tutte le dimensioni digitali del libro e della comunicazione, e l’interazione fra i sistemi; soprattutto, si comprende bene quanto l’informazione e la comunicazione siano al centro della modernità. Il libro, nelle sue varie forme, continua a essere non solo il veicolo delle culture ma – molto più – il fondamento dell’identità in un mondo che, come diceva già McLuhan, è fatto di vagabondi (“Siamo diventati come l’uomo paleolitico più primitivo, di nuovo vagabondi globali; ma siamo ormai raccoglitori di informazioni piuttosto che di cibo. D’ora in poi la fonte di cibo, di ricchezza e della vita stessa sarà l’informazione”).

Orientarsi nella giungla (più spesso, nel deserto) delle culture diventa dunque una questione di sopravvivenza; ed è qui, evidentemente, che prende senso la presenza della Santa Sede come ospite. Il card. Ravasi lo ha detto così: “Un ragazzo di oggi, nativo digitale, ha davanti a sé trenta o cinquanta diversi scrittori, interi scaffali virtuali di testi da consultare, e non sa da dove cominciare. Ha la biblioteca più ricca, ma paradossalmente è più povero. Questo è ciò che dobbiamo far capire ai più giovani, che non possono accontentarsi solo di un tweet”. Con altrettanta efficacia il segretario di Stato cardinale Parolin ha raccontato la “novità” di Papa Francesco, che consiste prima di tutto in un diverso modo di entrare in relazione fra le persone proprio utilizzando le tecnologie della globalità senza farne un idolo. È la stessa sfida in cui si inserisce, da ormai molti anni, la presenza della Chiesa italiana al Salone, attraverso l’Associazione Sant’Anselmo che, anche nel 2014, ha saputo proporre temi e dibattiti di alto livello.

Marco Bonatti
(Fonte: SIR)
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