Scaffale / Al “Costarelli” presentato “Paolo Borsellino, l’uomo giusto”: Alessandra Turrisi intervistata da Giuseppe Vecchio

 “Paolo è vivo”. È l’emblematica affermazione che accompagna le ultime pagine  del libro di Alessandra Turrisi, dedicato al magistrato Paolo Borsellino, vittima della mafia.

Alessandra Turrisi tra Giuseppe Vecchio (a sin.) e Mario Di Prima

Ci piace partire da questa espressione per avviare la trattazione dell’argomento, attraverso un filo logico che ripercorre i ben noti e tragici eventi svoltisi venticinque anni addietro a Palermo, proprio nel mese di luglio, con esattezza giorno diciannove. Concentriamo l’attenzione sull’operato di un uomo che con la propria vita ha dettato il corso degli eventi ed al cui pensiero, inevitabilmente, ognuno di noi ne avverte l’inconsueto coraggio, poco comune e poco scontato, nell’agire. Ricordarlo è doveroso ed il ricordo offre la possibilità di aprire un momento di riflessione sui “valori” della vita, quali l’onestà, l’amore per la famiglia, la correttezza, la coerenza ed infiniti altri, perseguiti dal giudice. La giornalista palermitana Alessandra Turrisi, che lavora per il “Giornale di Sicilia” e “Avvenire”, si è soffermata proprio su questo aspetto della figura del magistrato, nel suo libro intitolato “Paolo Borsellino l’uomo giusto”, edito da San Paolo, mostrando “la dimensione umana” della persona. L’opera è stata presentata domenica 23 luglio, nella sala Costarelli, dell’omonima pasticceria di piazza Duomo ad Acireale, attraverso un’intervista aperta, condotta dal giornalista Giuseppe Vecchio, direttore de “La Voce dell’Jonio”, che con le sue domande ha guidato la scrittrice a ricostruire la personalità di Paolo Borsellino. Vi ha fatto seguito il coinvolgimento degli spettatori con i loro interventi e la recita di un componimento a tema, da parte del poeta acese Nicola Raciti, che con la musicalità della rima ha omaggiato la figura del giudice. “L’Associazione Costarelli è pronta ad accogliere argomenti importanti come  questo ed esempi di grandi personalità come Borsellino che hanno speso la vita per la Giustizia e per la società” ha affermato Mario Di prima, presidente di detta associazione.

Subito evidenziata la caratteristica del libro: “Si è parlato e scritto tanto sul fatto in sé, ma poco degli aspetti caratteriali della persona Borsellino ed ho voluto soffermarmi su questi, riportandone diverse testimonianze”, ha spiegato l’autrice che, dietro richiesta del giornalista Vecchio, ha definito il magistrato: “paterno” nei confronti della famiglia, “giusto” nell’ambito dell’attività professionale e “coerente” nei riguardi della società.  L’uso dell’aggettivo “giusto” in riferimento a Borsellino, fattone dalla scrittrice, ovvero “che persegue la Giustizia come suo obiettivo di vita, in ambito professionale ed umano”, ha aperto la via a tante considerazioni. Un ricordo, in particolare, della giornalista, condiviso con i presenti, ne ha dato subito esempio. Anno 1992, in una mattinata di giugno, “arriva all’improvviso Borsellino, nel liceo che frequentavo da studente, tra lo stupore di tutti. Ha voluto portare la sua testimonianza tra noi ragazzi, dopo la morte di Giovanni Falcone, ed un senso di profonda gratitudine, proprio per la sua attenzione a noi, ci ha pervaso. È rimasto circa un’ora e poi è andato via”. Una vita vissuta con l’attenzione sullo scorrere del tempo e sulle persone che amava. “Paterno” è stato l’aggettivo, già riportato, per descrivere l’atteggiamento del magistrato in famiglia. Nel libro se ne riporta l’attaccamento per la moglie Agnese ed i figli Lucia, Manfredi e Fiammetta, con cui era molto affettuoso, gli stessi, che, ad un certo punto, paventando la vicinanza del pericolo, voleva quasi abituare alla lontananza, al distacco da lui: “non è facile prendere le distanze da ciò che ci è di più caro, lo sappiamo bene tutti noi che siamo genitori, ma questo è indice del suo forte senso di responsabilità”, ha commentato l’autrice. “Paterno”, inoltre, nei confronti anche degli altri. “Padre con tutti”, ad esempio con la giovane Rita Atria, di Partanna (Tp), che si era affidata a lui per dare il suo contributo alla lotta contro la mafia e che si uccise dopo la notizia della strage di via D’Amelio.

La scrittrice ha sottolineato come le varie testimonianze riportate convergano tutte sull’“integrità” della persona, sull’ accostarsi agli altri, chiunque fossero, mantenendo la sua interezza, sul suo profondo senso di religiosità, “l’inginocchiarsi in chiesa” ogni volta che vi entrava, sulla linea di condotta mantenuta fino all’ultimo: “Aveva la consapevolezza che doveva morire, tante sono le testimonianze al riguardo ma non ha cambiato atteggiamento, ha continuato nel suo agire ed in questo senso di coerenza della vita è esempio per tutti”. Sotto la richiesta del giornalista Vecchio di spiegare le caratteristiche del connubio Falcone-Borsellino, l’autrice ha definito le due figure “complementari, due leaders diversi, il sole e la luna” ma rispettosi l’uno dell’altro e senza desideri prevaricatori. Una personalità, quella del giudice Borsellino, che fin dalla giovinezza ha acquisito il senso della responsabilità, in seguito alla morte, all’età di cinquantadue anni del padre, che lo ha indotto a mettersi subito in gioco e a diventare la persona che tutti conosciamo. Per certi aspetti “uomo come gli altri”, nel percepire il senso della precarietà della vita, soprattutto per lui che stava conducendo la sua battaglia contro la mafia e che di fronte all’oggettivo evento morte affermò che “è più vicina la consapevolezza della tua fine”. Lo fu nell’uso di quei simboli, una sorta di codice, utilizzati nella sua famosa “agenda rossa”, che portava sempre con sé, poi, sparita. Detti simboli o codici gli assicuravano il privilegio della loro comprensione. “Paolo è vivo”, dunque, nelle esperienze personali di chi ha lo ha conosciuto direttamente, nelle testimonianze di chi ha condiviso con gli altri il relativo ricordo ed in ogni attimo in cui la coscienza civica di ognuno di noi si sofferma ad analizzare le personali azioni compiute: dai gesti più semplici delle relazioni umane, ma sempre inseriti in un contesto di vivere sociale, a quelle più complesse.

Rita Messina