Solidarietà / Il progetto Social Street, rete virtuosa di quartiere

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Social Street è un progetto che nasce per creare solidarietà e rapporti umani fra vicini, all’interno dello stesso quartiere.

Social Street, solidarietà di quartiere / La storia

La prima “Social Street prende vita nel settembre 2013 tramite il gruppo facebook “Residenti in Via Fondazza – Bologna”, fondato da Federico Bastiani, 36 anni. Questo spazio virtuale ha visto la luce innanzitutto per questioni pratiche. Bastiani si era trasferito a Bologna 3 anni prima con la famiglia ed era dispiaciuto di non conoscere i propri vicini di casa. Voleva inoltre trovare compagni di gioco per il proprio figlio piccolo. Questa esperienza si inserisce sicuramente nel quadro di una presa di coscienza rispetto al decremento del tessuto sociale, che porta a sentirsi soli e a perdere il senso di appartenenza alla comunità. Le conseguenze sociali ricadono anche sullo spazio fisico delle città, con un derivante degrado urbano e una carenza di controllo sociale del territorio. 

Social Street, solidarietà di quartiere / I pilastri

Il sito di Social Street riporta “SOCIALITÀ – GRATUITÀ – INCLUSIONE rappresentano i nostri tre principi fondanti: qualsiasi azione nell’ambito di Socialstreet, sia a livello Virtuale che Reale, deve rispettarli per poter favorire comportamenti virtuosi”. E anche: Scopo di Social Street è quello di favorire le pratiche di buon vicinato, socializzare con i vicini della propria strada di residenza al fine di instaurare un legame. Condividere necessità, scambiarsi professionalità, conoscenze, portare avanti progetti collettivi di interesse comune e trarre quindi tutti i benefici derivanti da una maggiore interazione sociale”.

Facebook non è più solo uno spazio virtuale, ma diventa un mezzo vantaggioso per favorire la transizione al reale. Infatti, con l’ausilio di gruppi chiusi (con i quali è possibile controllare eventuali comportamenti devianti sulla piattaforma), si possono organizzare le attività di Social Street a livello locale. Ogni gruppo facebook, in effetti, fa riferimento ad una singola area spaziale circoscritta e piuttosto limitata, creando così la possibilità di una vera aggregazione. Un punto importante degli scambi e le interazioni all’interno della Social Street riguarda la loro totale gratuità, cercando di promulgare la cultura del dono. L’inclusività è un altro importante pilastro dei rapporti all’interno del gruppo. Si deve tendere sempre ad essere costruttivi e non sprezzanti e a focalizzarsi sui punti di unione fra le persone piuttosto che sui nodi divisivi.

Social Street, solidarietà di quartiere / Fuori business e politicizzazioni

Da tutto ciò viene totalmente escluso qualunque elemento economico, politico e giuridico, sviluppandosi quindi come un’innovazione assoluta rispetto ad altre esperienze (associazioni, comitati, ecc). «Per socializzare non servono i soldi» afferma Luigi Nardacchione, cofondatore della prima Social Street insieme a Bastiani: «negli anni abbiamo ricevuto proposte di sponsorizzazioni da aziende, ma noi abbiamo sempre rifiutato: il nostro obiettivo è la socialità gratuita, perché è così che si creano legami sociali duraturi». Perciò il progetto si distingue da altri simili come NextDoor – un canale online in cui è possibile contattare solo i vicini di casa – in cui si può anche vendere o acquistare.

Social Street, solidarietà di quartiere / L’interesse nazionale e internazionale

“Social street è una di quelle cose meravigliose che non fa crescere il Pil ma aiuta a vivere meglio” disse Serena Dandini (presentatrice Rai) con entusiasmo durante la trasmissione 9 ottobre 2014, “Stai Serena”, Radio 2. Questo sistema ha suscitato un forte interesse anche da parte del mondo accademico, ottenendo riconoscimenti da importanti ricercatori nell’ambito della sociologia, dell’antropologia, dell’economia. Fra questi Anthnoy Giddens (ex direttore London School of Economics) e Robert Putnam (Professor of Public Policy at the Harvard University).

Le Social Street hanno conosciuto un’ampia espansione in questi anni, non solo in Italia. Vi sono una ventina di gruppi sparsi anche fra Brasile, Canada, Portogallo, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Norvegia, Stati Uniti e Croazia. Guardando invece alla Sicilia, queste sono presenti ad Agrigento (1), a Catania (3), a Palermo (20), a Ragusa (2) e a Siracusa (1).

Social Street, solidarietà di quartiere / Considerazioni 11 anni dopo

A distanza di 11 anni dalla fondazione della prima Social Street la situazione si mostra con caratteristiche differenti. L’Osservatorio italiano sulle Social Street, coordinato da Cristina Pasqualini, docente di sociologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha rilevato ad oggi 450 Social Street a livello nazionale. Di queste, ben 104 sono attive nel territorio milanese. Anche a Bologna e a Roma c’è un grande fermento di gruppi. Nelle città grandi e dispersive, infatti, le social street risultano più frequenti. La ragione di ciò risiede principalmente nella presenza di tante persone che si trovano lì per lavorare o studiare, lontane dalla famiglia e dal loro luogo di origine.

«Le Social Street però esistono anche nei piccoli paesi – sostiene Federico Bastiani: – un simbolo del fatto che anche in realtà piccole le persone hanno bisogno di una spinta per creare legami sociali». Pasqualini osserva come il bisogno di socialità veda un incremento soprattutto nei momenti di maggiore difficoltà per la società. Durante il periodo pandemico, infatti, non sono nate nuove Social Street, ma si è assistito ad un potenziamento di quelle già esistenti. Non possiamo dire che tutti i gruppi abbiano avuto lo stesso successo. Una Social Street molto riuscita e attiva (conta quasi 24mila membri), ad esempio, è quella di via Paolo Sarpi a Milano. In origine è stata creata per facilitare i rapporti fra la comunità italiana e quella cinese della zona.

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