Società / Dai casi Bansky e Tony Pitoni, quell’ossessione per maschere e smascheramento

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Cos’hanno in comune Banksy e Tony Pitony? Apparentemente nulla e il solo paragone potrebbe sembrare alquanto improbabile alla maggior parte dei lettori. Ad ogni modo, entrambi sono diventati “vittime” di quella che potrebbe essere definita come una vera e propria ossessione insita nella nostra società, ovvero quella di voler scoprire ad ogni costo cosa si cela sotto le maschere di chi sceglie di vivere nell’anonimato.

L’ossessione per le maschere nella nostra società

Due casi emblematici: Banksy e Tony Pitony

Qualche settimana fa Tony Pitony, diventato ormai l’idolo di moltissimi giovani specialmente dopo la sua apparizione all’ultima edizione del Festival di Sanremo, è stato al centro di un caso virale: su diversi social ha iniziato a circolare una sua presunta foto senza l’iconica maschera di Elvis Presley, identificandolo come un uomo di nome Ettore. La vicenda ha destato molto scalpore, in riferimento al desiderio morboso del pubblico di smascherare un artista che aveva legittimamente deciso di restare nell’anonimato, alimentando quella che sembra davvero essere un’ossessione nei confronti delle maschere che caratterizza la nostra società odierna.

the migrant child banksyStessa sorte è toccata più recentemente al celebre street artist britannico Banksy, al centro di un’inchiesta realizzata dalla Reuters che ha riacceso il dibattito sul bisogno moderno di svelare l’identità dietro l’arte. Dietro la figura di Banksy si nasconderebbe Robin Gunningham, artista di Bristol nato nel 1973. Ecco il motivo per cui il suo legale, Mark Stephens, ha alzato la voce protestando apertamente contro tale inchiesta: “Lavorare in anonimato o sotto pseudonimo – ha scritto alla Reuters – serve interessi sociali fondamentali. Protegge la libertà di espressione consentendo ai creatori di guardare in faccia il potere senza timore di ritorsioni, censura o persecuzioni”. La domanda che pone, indirettamente, Stephens è la seguente: Banksy potrà ancora permettersi di realizzare opere dal grande impatto sociale come Girl with Balloon, The Flower Thrower o Migrant Child nel momento in cui tutti sanno chi è e su quale indirizzo di residenza notificare una censura?

Cosa dice la psicologia

Secondo la psicologia dell’arte la percezione di un’opera è legata in maniera inscindibile al mito del suo creatore. In altri termini, privare Banksy del suo anonimato, della sua maschera, rischia di diventare un atto di iconoclastia più che di svelamento della verità. Nel momento in cui Banksy “ottiene” un viso, un nome e un cognome, smette di essere il portavoce di una specifica critica sociale collettiva per diventare un individuo qualunque, uno dei tanti. Sulla vicenda si è espressa anche la docente di storia dell’arte e divulgatrice Raffaella Arpiani: “Viene a perdersi quell’idea romantica, il mito dell’artista misterioso, ambiguo, che in questo nostro mondo sceglie di non farsi identificare.”

Secondo un’altra branca della psicologia, nello specifico quella evolutiva, alla base di questa ossessione per far cadere le maschere vi sarebbe una ricerca di autenticità in un mondo ormai dominato dai filtri social e da narrazioni costruite. Un altro bisogno alla base della necessità di smascherare qualcuno (o qualcosa) sembra riguardare il tema della giustizia sociale: nel momento in cui cade la “maschera” di perfezione che copre il volto di un personaggio pubblico o di un’icona si riduce la distanza percepita tra esso e la gente comune.

dietro la maschera

Insomma, la domanda che sorge spontanea a questo punto è: c’è davvero bisogno di questa corsa spasmodica allo smascheramento? Sui social sembra scatenarsi una vera e propria gara a chi svela prima, a chi svela di più per ottenere quanta più visibilità possibile. Questo ha fatto sì che oggi il pubblico non sembra più essere in grado di godersi lo spettacolo senza avere il controllo su ogni minimo dettaglio, perché preferisce concentrarsi sul voler scoprire la maschera ad ogni costo.

Alessandro Puglisi