Acireale / L’anfiteatro della Villa intitolato a Lorenzo Vecchio

Sabato prossimo, 4 giugno, alle 11, nella villa Vittorio Emanuele III di Acireale, comunemente detta Villa Belvedere, verrà scoperta la targa che intitola l’anfiteatro a Lorenzo Vecchio, scomparso a 23 anni nel 2005. La cerimonia di dopodomani rappresenta l’atto finale dell’iter avviato dalla commissione toponomastica, presieduta dal sindaco Stefano Alì, e deciso dalla Giunta comunale.

Lorenzo Vecchio, a cui viene intitolato l’anfiteatro della Villa Belvedere di Acireale, era uno studente del Dams di Roma appassionato di cinema e di letteratura. Spinto da queste passioni, nell’arco di pochi anni contribuì a fondare l’associazione ‘Scarti’. Ideò l’ormai affermato ‘Magma – mostra di cinema breve’, girò vari cortometraggi, scrisse di cinema.
E pubblicò anche il romanzo “Mia madre non chiude mai” che ottenne il premio Vittorini come opera prima.

In un appunto steso durante il soggiorno Erasmus aveva scritto che bisogna addestrare gli occhi «a stare fermi e aspettare il passaggio delle cose belle». Dopo la sua morte, il suo coinquilino di allora aggiunse che «per lui non era sufficiente, doveva correre in soccorso di ogni cosa buona, ogni cosa positiva di questo mondo per stagliarsi in sua difesa e mostrarla a tutti. Era proprio un cavaliere dei nostri giorni Lorenzo».
Sul legame tra bellezza e moralità insiste appunto l’esortazione finale della mail che chiude il libro postumo “Quando Lorenzo visse a Barcellona”: «combattiamo insieme per una Italia più bella e morale».

Paolino Nappi ricorda l’amico Lorenzo Vecchio

In questo spirito, riportiamo il ricordo di Lorenzo che il suo amico Paolino Nappi, oggi docente all’Università di Valencia, inviò in formato video all’incontro organizzato da alcuni studenti del liceo classico ‘Gulli e Pennisi’ nel decennale della morte. È un testo che, nella sua brevità, rende bene il contagio positivo che Lorenzo trasmetteva da vivo. E  ancora continua a trasmettere a chi si accosta al suo lascito estetico-morale.Lorenzo Vecchio

«Avevamo vent’anni ed entrambi avevamo avuto il coraggio o forse la sconsideratezza, assolutamente sacrosanta, di inseguire nella scelta dell’università le nostre passioni.  Che ovviamente erano il cinema e la letteratura. Il Dams era una specie di riserva che accoglieva aspiranti registi, aspiranti critici, aspiranti attori, e addirittura aspiranti presentatori televisivi. Con Lorenzo, e con pochi altri esemplari di questa riserva, ho condiviso la mia formazione intellettuale e la passione. Quella che ci faceva intavolare lunghissime conversazioni sui film, sulla letteratura, sulla televisione.

Cinema e letteratura come scuola di vita

Non dimenticherò mai una di queste conversazioni, che si svolse sotto le stelle sul tetto di una casa di campagna. Arrivammo alla conclusione che al cinema non si può sbagliare, mentre invece nella vita sì. E credo che anche per questo, per una ricerca delle regole, di un repertorio di storie e personaggi, di modelli – modelli beninteso estetici prima ancora che morali – eravamo appassionati di cinema e di libri. Cioè, ci interessava proprio la componente formativa del racconto: il cinema e la letteratura come scuola di vita, insomma. Amavamo anche la vita, ovviamente, solo che questa era inseparabile dalle nostre passioni, era fatta proprio di quella cosa lì.Lorenzo Vecchio

Credo di poter dire che nel nostro modo di vedere il cinema e la letteratura fossimo in un certo senso complementari: Lorenzo, molto più creativo di me, attingeva al cinema, alla letteratura e alla vita per ricrearli attraverso un cinema e una letteratura che sapessero di vita. Io invece preferivo le descrizioni di descrizioni, non avevo nessuna intenzione di prendere una camera in mano e girare. Insomma, semplificando, da una parte la pratica dall’altra la teoria. Ma le due cose – lo stavamo imparando – non erano in contraddizione e anzi il loro legame, sul piano personale, era testimoniato dal fatto che entrambi, credo, eravamo legati da una stima profonda. Stima che si traduceva nell’interesse reciproco di sapere cosa stesse pensando, scrivendo o preparando l’altro.

Di quegli anni, di quelle conversazioni con Lorenzo, di quella comune passione che ci ha formato, mi è rimasta una delle poche certezze di cui dispongo. Cioè che per vivere è necessario essere curiosi».

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