Centenario / Pier Paolo Pasolini e le contraddizioni dell’esistere

Parleremo di Pier Paolo Pasolini. “Parlare di qualcuno fatalmente induce a passargli sopra e a mettere nuovi sigilli alla sua tomba”. Questa espressione di Karl Barth, contenuta nella prefazione alla III edizione del suo Romerbrief (Epistola ai Romani), può essere intesa come una sentenza di condanna verso tutti quelli che vogliono parlare di qualcuno.

Naturalmente un simile avvertimento vale pure per me, che mi accingo a ricordare  Pier Paolo Pasolini, a cento anni dalla nascita (Bologna, 5 marzo 1922), confessando quindi anche la mia inadeguatezza!
Mi conforta, però, il fatto che egli non fu mai un ipocrita o un millantatore. Da autentico Corsaro, non smise mai di far sapere le proprie idee sulle cose, sugli avvenimenti, sul mondo che stava cambiando, pagando sempre di persona.

“Le belle bandiere” che è una raccolta di dialoghi, portate avanti da Gian Carlo Ferretti, nel 1978, per le edizioni di Editori Riuniti, è anche una prova provata che Pasolini amava la gente, i suoi lettori, in prevalenza giovani comunisti, nella prima metà degli anni Sessanta. Lettere, versi, polemiche che coprono una delle fasi cruciali del curriculum pasoliniano.

Interesse a 360 gradi sulla figura di Pier Paolo Pasolini

È in atto, in questo anno centenario, un interesse a 360 gradi su  Pasolini. A significare la sua valenza poliedrica di poeta, scrittore, regista, intellettuale … che continua a suscitare nuove investigazioni sui vari versanti. Dalla poesia alle arti visive, dal calcio ai suoi film, dai luoghi ai suoi interessi; dalla pittura all’esposizione delle sue foto, degli abiti usati nei film, tra le passioni creative e la sua ricerca, anche esistenziale.Pasolini e la madre

Pasolini era un uomo capace di andare sempre contro corrente, anche nelle sue scelte, come nella sua visione dell’arte contemporanea. Da sempre aveva coltivato la passione per l’arte. Aveva studiato Storia dell’Arte con Roberto Longhi e questo suo interesse l’aveva travasato nei suoi film, partendo dai primitivi, fino a Masaccio, Pontorno, Caravaggio …..
Pasolini in tutta la sua vita ebbe una propensione di investigazione per il sacro, molto intensa e particolare, come categoria universale di indagine e di attraversamenti continui oltre il confine.

Con questo mio ricordo, voglio mettere l’accento su un aspetto del mondo pasoliniano. L’avere portato nell’agone ora letterario, ora poetico, ora politico la sua vita, anzi il suo stesso corpo: pietra d’inciampo, cifra interpretativa del suo messaggio. Pasolini era il suo verbo e il suo corpo; il suo volto e le contraddizioni dell’esistere. La sua voce e il suo prendere parte a tutti i dibattiti più importanti, con la sua presenza e con i suoi diversi e articolati fendenti contro tutti i poteri.

Pier Paolo Pasolini anticlericale

La cifra del corpo è tipicamente presente nella cultura cristiana e nel DNA di ciascuno di noi, fosse anche un anticlericale-doc come Pasolini. “Io per me, sono anticlericale (non ho mica paura a dirlo), ma so che in me ci sono duemila anni di cristianesimo. Con i miei avi ho costruito le chiese romaniche, e poi le chiese gotiche, e poi le chiese barocche. Queste sono mio patrimonio nel contenuto e nello stile. Sarei un folle se negassi tale forza potente che è in me: se lasciassi ai preti il monopolio del Bene” (da lettera di PPP a Tino Ramaldi, Piacenza, 30.XI.1961)

Maraini,Pasolini,Sciascia,Consolo e Moravia
Premio Brancati: da sx, Dacia Maraini, Pasolini, Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo e Alberto Moravia

Culturalmente parlando non si può essere che cristiani, pur professando di essere laici o persino atei. Forse stiamo vivendo dentro un orizzonte post-cristiano, ma dentro di noi persistono sistemi di comprensione che ci fanno ancora pensare come uomini e donne cristiani.
Risuonano nelle nostre orecchie e nel nostro modo di pensare o di operare le parole di Cristo pronunciate nell’ultima sua cena con i discepoli: “Prendete e mangiate: questo è il mio corpo dato per voi. Fate questo in memoria di me”.
È nella dolcezza, nell’incanto di queste parole – consegna che la vita si fa dono, memoria di un Altro, che è “venuto per servire e non per essere servito”.

Oggi siamo giunti ad un bivio ed è necessario avere una buona memoria. La Memoria cristiana è meravigliosamente concreta, anche corporea. Gesù cominciò la sua missione come guaritore e dopo la Pentecoste la Chiesa nascente dà l’avvio alla sequela di Cristo con la guarigione dello storpio, a cui si rinvigorirono le caviglie.
Se da un lato la religione cristiana è vita spirituale, nello stesso tempo è vita molto fisica: respirare, sentire, vedere, toccare, camminare, mangiare, bere. Noi siamo corpo e il corpo è cosa buona. Celebre è la sentenza di San Tommaso d’Aquino: “Io non sono un’anima” e con essa scandalizzò i suoi contemporanei!

Pasolini e don Andrea Carraro
Pasolini e don Andrea Carraro
La cultura del dualismo

Tutti abbiamo da lavorare, da testimoniare con lungimiranza e profezia in questo versante, senza aver paura di superare e di vincere la cultura del dualismo, di uno gnosticismo risorgente. Se Pasolini ebbe modo di continuare la sua corsa e di sentirsi debitore al cristianesimo lo deve anche a don Giovanni Rossi, a don Andrea Carrara, a Padre Virgilio Fantuzzi e a tutti gli amici della Pro Civitate Christiana di Assisi, come anche a quel popolo formicaio di gente lieta che si era radunata nella città di Francesco, nel tripudio generale per la visita, veramente straordinaria, di Papa Giovanni XXIII, nel 1962, alla vigilia della solenne apertura del Concilio Vaticano II.

Tutti invecchiamo come un tessuto che si logora e c’è chi lo fa come un buon vino. L’aver gettato il suo corpo nella vita e nelle sue battaglie, ha reso Pasolini estremamente attuale. Noi cristiani abbiamo imparato dalla pratica del vangelo che la vita è rischio, un’avventura che accade allorquando si scopre un grande tesoro.  Dalla scoperta del tesoro ne discende una vita da vivere senza tornaconti, senza mezze misure. La troppa prudenza umana e tutti i calcoli del mondo vanificano una vita piena, specie se cristiana.

È tempo di raddrizzare le nostre vedute, di abbassare i monti della superbia, primariamente di riempire i burroni e i deserti dell’anima e a svuotare i magazzini della nostra mediocrità.
A noi cristiani tocca di continuare la corsa per conoscere meglio Gesù Cristo. Il Rabbi di Nazaret, il cui Vangelo fu definito dallo stesso Pasolini, scrivendo a Lucio S. Caruso, nel febbraio del 1963, “la lettura più esaltante che si possa fare”.

Don Orazio Barbarino
Arciprete di Linguaglossa

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