Editoriale / Telelavoro: riscoprirne il valore antropologico sarà la prossima sfida

La crisi dovuta al co- vid-19 fra le altre cose evidenzia che il lavoro deve assumere una centralità nuova. Come frutto della clausura imposta, si è ricorso al telelavoro.
Se ne parlava già negli anni ’70, quando furono introdotte le nuove tecnologie che potevano sostituire il lavoro degli operai. La riduzione di manodopera portava come conseguenza un diverso modello di distribuzione di ricchezza, forse con nuove mansioni produttive, senza la quale nessuno avrebbe potuto acquistare i prodotti.

Foto Sir / Marco Calvarese

Si diceva allora: lavorare meno, lavorare tutti. Era la condivisione del bene lavoro. Se si arrivasse, per pura ipotesi, ad un reddito per la sola cittadinanza, mancherebbe la consistenza antropologica del lavoro stesso, che è sviluppo della persona e partecipazione alla costruzione della società. In questa fase di isolamento le tecnologie hanno permesso a molti di proseguire il lavoro, in modi diversi, da casa. Ma non tutti i lavori possono essere svolti da lontano e molto probabilmente molti subiranno trasformazioni signicative prodotte da questa lunga crisi.
Riscoprire il valore antropologico del lavoro e saperlo tradurre concre- tamente in un cambiamento strutturale, nella quotidianità dei luoghi di lavoro, sarà la sfida prossima, a partire dalla fase due. Andrà recuperata la dignità e il diritto, insieme a quello degli operai dell’industria e degli artigiani, anche dei collaboratori domestici, dell’agricoltura, dei servizi alla persona.
Il lavoro è più che semplice fattore economico: nella Laborem exercens si dice che è una “fondamentale dimensione dell’umano esistere”. A livello globale, secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, ci sarà una perdita di quasi 195milioni di posti. In Italia si calcola che la disoccupazione salirà dal 10% al 12,7%.
Sarà da indagare, allora, cosa signica “decrescita felice”. Non basterà, come a volte si pensa, rallentare la produzione. Si dovrà trovare un equilibrio fra diritto alla salute e diritto al lavoro, fra vita sana e vita dignitosa. Occorrerà alzare la qualità della vita e del lavoro. Qui inciderà davvero la crescita degli spazi culturali, dei bisogni immateriali a cui non può rispondere un bene di consumo. La felicità andrà cercata in altre prospettive, che non siano solo il possesso e il piacere. Il mondo del consumo e dell’edonismo deve cedere il passo a quello della crescita in valori umani, sulla base di una equa distribuzione della ricchezza, senza accumuli in mano a pochissimi.

Franco Appi
direttore “Il Momento” (Forlì)

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