Emigrazione tragica / Povero Aylan: non abbiamo saputo (e voluto) tendergli la mano

 

La forza di una foto sta proprio nella sua capacità di allertare i sensi, di acuire le sensazioni, di accorciare le distanze, di

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aprire il cuore, di facilitare la comprensione, di allargare gli orizzonti, di suggerire una via diversa da percorrere, di sensibilizzare la coscienza, di raccontare la nuda realtà, di restituire la verità alla verità. Tutto questo lo ritroviamo nella foto del bimbo siriano disteso a pancia in giù sulla spiaggia turca di Budron. Piccola vita “spiaggiata”. Un filo di dolore percorre la nostra schiena e ci percuotono le parole mai dome di Papa Francesco per questi nostri fratelli in fuga dalle guerre e dalle persecuzioni.

Non sappiamo (e forse mai lo sapremo) se e come questa immagine possa aver cambiato la percezione del dramma dei migranti da parte dei leader europei. Ma prendiamo atto che qualcosa sta cambiando nelle Cancellerie del Continente, d’incanto più consapevoli di questa immane tragedia che si trascina da anni nell’indifferenza e nella diffidenza. Ora le porte dell’Occidente in qualche modo si apriranno. Un bene comunque. Perché solo la solidarietà ci rende più umani e può giustificare e farci meritare il futuro.

Di sicuro sappiamo che le opinioni pubbliche del mondo intero sono state toccate dalla foto di Aylan Kurdi, tre anni, fuggito da Kobane, la cittadina curda conquistata dai miliziani dell’Isis. Lui aveva diritto all’accoglienza come rifugiato, ma non abbiamo saputo tendergli una mano al momento giusto. Impossibile non avvertire il peso delle nostre responsabilità.

 

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