Il caso Montante – 1 / Bolzoni: “Occorre che la società si attivi per dare forza alla lotta antimafia”

“Non bastano un buon sindaco e buoni amministratori, non bastano buoni magistrati né buoni poliziotti: se non apriamo un fascicolo nella nostra testa anziché solo in procura, gli obiettivi di cambiamento e di liberazione dal sistema mafioso che ci proponevamo dopo le stragi del ’92 resteranno ancora lontani…”.

E’ – questo che apre una nota stampa del Csve – uno dei passaggi di una serata di immersione nell’oscuro mondo dei legami tra mafia e istituzioni, promossa nella Casa del Volontariato di Acireale lo scorso 16 giugno dal Centro di Servizio per il Volontariato Etneo, in occasione della presentazione del volume intitolato “Il padrino dell’antimafia, una cronaca italiana sul potere infetto”, pubblicato da Zolfo Editore, alla presenza dell’autore, il giornalista Attilio Bolzoni. Una serata ricca di partecipazione all’insegna della legalità, scandita dal confronto di Bolzoni con il moderatore, Santo Carnazzo, presidente onorario della rete della Misericordia di Librino, e con il presidente del CSVE, Salvo Raffa, e conclusa da una cena organizzata dall’Associazione di volontariato Soccorso e Fratellanza. 

“Un’altra tappa che rientra in un percorso di impegno formativo e civile per la legalità impostato dal CSVE e rivolto potenzialmente tanto ai giovani come gli stessi ragazzi impegnati nei progetti di Servizio Civile e ai tanti volontari all’opera ogni giorno” – ha ricordato Raffa nei saluti iniziali.

Un articolato scambio, franco e non banale, partito dall’analisi fenomenologica del sistema di malaffare orbitante attorno alla figura di Calogero Antonio Montante, in arte “Antonello”, personaggio che come pochi ha segnato l’oscura stagione delle “mafie incensurate” che hanno dettato legge dopo le stragi del ‘92, passando addirittura per presunto simbolo della legalità sotto l’egida di Confindustria ma divenuto in realtà riferimento di una centrale clandestina di spionaggio, fra affari e patti indicibili tra pezzi delle istituzioni e Cosa Nostra.

Non c’è un esclusivo sistema Montante: è più complesso – ha spiegato Bolzoni – . E’ un’articolazione italiana e non solo siciliana che è stata stato usato per riconvertire gli effetti mafiosi. Non c’era più bisogno, per certi sporchi affaristi, di vedere Santapaola e Riina, ma c’era l’esigenza di mostrare gente più pettinata e profumata, ben vestita e ammantata di anti-mafia, inventando una falsa rivoluzione nella nostra Sicilia. La mafia non si è nascosta, è semplicemente tornata sé stessa dopo una pausa di 25 anni fatta di stragi e attacchi frontali allo stato. E’ tornata ad essere ciò che è sempre stata in due secoli: una criminalità che sta dentro la società, protetta da titoli e istituzioni.Non a caso a Palermo dal ’93 a oggi non è scoppiato più neanche un mortaretto…”.

La figura di Montante, coinvolto peraltro nelle gravissime controversie legate alla presunta trattativa Stato-mafia, sulla quale sono ancora in corso delicatissime indagini – si sottolinea nel comunicato stampa – , viene presentata in circa 300 pagine come emblema di un ingranaggio molto più ramificato e innestato nelle classi dirigenti, paragonato dall’autore alla nefasta doppia piramide, una gerarchica e una rovesciata, della quale parlò già Tina Anselmi in Parlamento dettagliando l’analisi della Commissione sulla massoneria deviata coordinata da Licio Gelli, nota come P2. Non a caso, rivela Bolzoni, le categorie della società riscontrabili negli elenchi di P2 e sistema Montante sono le stesse, dimostrando, pur distinguendone una natura diversa dei gruppi criminogeni, il simile risvolto in termini di risultati mortiferi per il sistema democratico: controllo delle decisioni politiche, della stampa, di sindacati, di appalti e mezzi, per raggiungere quegli obiettivi di mantenimento di una sorta di stato parallelo strutturato su interessi elitari e privatistici.

Un “sistema” dai connotati gravemente similari, incardinato sulla ricattabilità e la complicità, addirittura manifesta in virtù di alcune frettolose dichiarazioni di solidarietà all’arrestato Montante, di politici, pezzi delle forze di polizia, industriali, funzionari pubblici e giornalisti. Una “piovra” orchestrata anche grazie alle negligenze e alle superficialità di tanti altri professionisti chiamati, secondo le diverse responsabilità, a controllare, sorvegliare, indagare, giudicare, e rivelatisi invece in alcuni casi paradossalmente “talpe”, persino nei Ministeri.

“Un sistema portato avanti alla luce del sole – sottolinea Bolzoni – che sotto l’egida di Confindustria in Sicilia si è tutelato con la compiacenza di diversi ministri, dirigenti e colori politici, creando addirittura una ‘zona franca della legalità vestita di antimafia che si sospettava già ai tempi di Falcone e Borsellino e ha presentato chiaramente elementi di contiguità e anche di identità: mafiosi che si presentavano come antimafiosi e diventano presunti anche paladini della lotta a Cosa Nostra, mentre ci sono antimafiosi che continuano a fare i mafiosi nell’ombra, facilitati dai tempi lunghi della giustizia o dalla compiacenza di colleghi giornalisti che non hanno parlato di questo sistema”.

Nonostante questo, ha concluso Bolzoni, vi sono spazi e speranze per una necessaria risposta della società civile e della politica stessa, che in virtù delle forze positive presenti in tutte le categorie, può riuscire ad adottare anticorpi adeguati alla cultura mafiosa. Una conclusione rafforzata dalle parole finali di Carnazzo il quale, in ragione del proprio trentennale impegno nel volontariato, in particolare nella grande periferia troppo spesso dimenticata di Librino, ha sottolineato la necessità di scardinare, attraverso azioni sinergiche sul territorio e cultura della legalità, quell’insana fierezza di appartenere alla cultura mafiosa ancora a tratti riscontrabile in diversi giovanissimi: “non dobbiamo temere alcuna parola o fatto increscioso – ha concluso – ma, citando Martin Luther King, dobbiamo temere piuttosto il silenzio degli onesti e di quella classe dirigente della società che sceglie di non parlare di temi così cruciali per la vita dei nostri territori”.