La domenica del Papa / Ascoltare, conoscere, seguire. Tre verbi che comunicano un messaggio che va oltre il tempo

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Ascoltare, conoscere, seguire. Sono i tre verbi che troviamo all’inizio del brano di Giovanni. È un’immagine268x179xPapaUdienzaGiubileoPiazzaSanPietro9apr2016_0555_resize-268x179.jpg.pagespeed.ic.P6LFJmPIrD di altri tempi, potremmo dire, e cioè di un mondo agreste che oggi è assai lontano dalle nostre città: il pastore che governa un gregge e lo porta a pascolare. Ma è una immagine che ricorre di frequente nei Vangeli e nella Bibbia. Tre verbi che comunicano un messaggio che va oltre il tempo in cui queste espressioni sono state ascoltate. Gesù, probabilmente, è nel recinto sacro nel giorno della festa della dedicazione del tempio di Gerusalemme, e intrattiene un dialogo con un gruppo di farisei. L’immagine del pastore è di colui che guida il gregge. Alla mente tornano quelle parole che Francesco ha pronunciato nella messa del Giovedì Santo del 2013, e cioè il pastore con l’odore delle pecore, che è davanti al gregge per guidarlo, in mezzo nel tempo della sosta, tempo di ascolto; e dietro perché il gregge non si perda lungo la strada.
Cosa ci dicono, allora, questi tre verbi? Gesù si presenta come il buon pastore, e dice che quanti lo seguono, cioè sono suoi discepoli, ascoltano la sua voce: “E questo ascoltare – afferma Papa Francesco al Regina Coeli – non va inteso in modo superficiale, ma coinvolgente, al punto da rendere possibile una vera conoscenza reciproca”; un ascoltare “non solo dell’orecchio, ma un ascolto del cuore”. Un ascoltare che richiede capacità di discernere dalle tante voci che affollano la nostra esistenza: perché la fede nasce dall’ascolto come leggiamo nella Bibbia e nei Vangeli.
Il secondo verbo di questo passo di Giovanni è: conosco. L’evangelista ci ricorda che siamo noti a Gesù, egli ci conosce prima che noi lo conosciamo; sa guardare in noi, sa accompagnarci nelle nostre cadute perché è pronto a risollevarci. Ed ecco il terzo verbo: seguire. “L’immagine del pastore e delle pecore – afferma ancora Francesco – indica lo stretto rapporto che Gesù vuole stabilire con ciascuno di noi. Egli è la nostra guida, il nostro maestro, il nostro amico, il nostro modello, ma soprattutto è il nostro Salvatore”.
Seguire non significa semplicemente andare dietro, ma chiede un impegno ulteriore che nasce da quell’ascolto della parola; seguirlo senza rallentare il nostro passo e rischiare di perdere il contatto con il resto del gregge. Per questo il buon pastore può dire: “Do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno può strapparle dalla mia mano”.
Mano che benedice, indica; mano che è tesa verso l’uomo perché ogni persona per camminare ha bisogno di mettere la propria mano in quella di un altro.
Come non guardare, in questa prospettiva, al viaggio appena concluso a Lesbo, a quella mano che Papa Francesco ha teso vero i tanti rinchiusi nel campo di Moria, scappati da guerre e violenze nella ricerca di un futuro migliore e per i quali l’Europa resta una porta chiusa. Quella mano di Papa Francesco, del patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo, dell’arcivescovo ortodosso di Atene Ieronymos, significa solidarietà, impegno comune di tutti i credenti nel Signore. Lo ricorda al Regina coeli, Francesco; ricorda che i rifugiati provenivano dalla Siria, dall’Iraq, dall’Africa. Donne che hanno pianto ai piedi davanti al Papa. Uomini come quel giovane che Francesco ha incontrato con i suoi due figli: “Lui è musulmano – ha ricordato il Papa – e mi ha raccontato che era sposato con una ragazza cristiana, si amavano e si rispettavano a vicenda. Ma purtroppo questa ragazza è stata sgozzata dai terroristi, perché non ha voluto rinnegare Cristo e abbandonare la sua fede. È una martire”. E bambini, alcuni dei quali “hanno assistito alla morte dei genitori e dei compagni, alcuni morti annegati in mare. Ho visto tanto dolore”.
Il viaggio, la mano tesa a salutare, accarezzare, è messaggio per le nostre coscienze; e, in un certo senso, richiama i tre verbi di questo brano giovanneo: se vogliamo davvero seguire il Signore, dobbiamo essere capaci di ascoltare anche le voci di queste persone, per conoscere i loro drammi, le loro sofferenze, e tendere loro la nostra mano.

Fabio Zavattaro

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