Riflessione / Caro figliol prodigo, grazie di esistere

Caro figliol prodigo,
io lo so perché l’evangelista Luca non ti ha dato un nome specifico e, nella parabola (15,11-32), ti chiama con l’appellativo di “figlio minore”, perché tu sei ognuno di noi, tutti noi portiamo il tuo nome e, ahimè, la tua esperienza, noi siamo il tuo fratello gemello!

Sì, carissimo, perché a chi di noi non è mai venuto il “capogiro della libertà”? A chi di noi la casa del padre non è stata stretta? A chi di noi non è venuta la voglia di andare via ad inseguire le proprie chimere, a lasciarci ammaliare dal canto delle sirene, a dissipare non solo i soldi, ma la propria vita in ciò che momentaneamente appare come la realizzazione di un sogno e, successivamente, ci fa sprofondare nella carestia, nella miseria e ci fa ritrovare in un campo, da soli, in compagnia dei porci a mangiare carrube?

Tu, però, hai avuto una marcia in più, che spesso noi non abbiamo, quella di “rientrare in te stesso e pensare”, sta qui il momento decisivo di quel cambiamento che spesso facciamo difficoltà a compiere e rimaniamo intrappolati nelle nostre paure, fallimenti, ferite e quant’altro. Sai, mio omonimo, tante volte ho pensato che se la parabola si concludesse qui, la morale da tirare fuori sarebbe stata molto più semplice, pronti sempre ad additare gli errori degli altri, avremmo concluso, con sano cinismo, dicendo: “chi è causa dei suoi mali, pianga se stesso” .

Invece no, tu non solo rientri in te stesso ma ti metti in cammino “Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò”, in questi tre verbi ci sta tutto il dinamismo del cambiamento, tutta l’umiltà di ammettere di aver sbagliato, tutto il coraggio di saper ritornare sui propri passi, vincendo il nostro povero, misero orgoglio. Bene ha scritto Padre Ermes Ronchi, commentando la parabola.figliol prodigo

Il tempo della misericordia è l’anticipo

“L’uomo cammina, Dio corre. L’uomo si avvia, Dio è già arrivato. Infatti: il padre, vistolo da lontano, gli corse incontro… E lo perdona prima ancora che apra bocca, dimostrando che il tempo della misericordia è l’anticipo. Si era preparato delle scuse, il ragazzo, ma il Padre perdona non con un decreto, ma con un abbraccio; e non gli domanda: dove sei stato, cosa hai fatto?

Chiede invece: dove sei diretto? Il territorio di Dio è il futuro. I gesti che il padre compie sono insieme materni, paterni e regali (R. Virgili): materno è il suo perdersi a guardare la strada; paterno è il suo correre incontro; regali sono l’anello e la tunica e la grande festa. Padre, non sono degno, trattami da servo.  E lui lo interrompe, senza condanna né assoluzione, perché il primo sguardo di Dio non si posa mai sul peccato, ma sulla sofferenza, per guarirla”.

Caro fratello, insegnaci questa arte difficile del “ritorno”, consentici di emularti. Siamo un po’ tutti adolescenti mai cresciuti, desiderosi di un paese di balocchi, frettolosi nelle nostre decisioni di vita, facili nelle trasformazioni esistenziali … sii tu il nostro modello. Ricordaci che “non c’è Santo senza passato, né peccatore senza futuro”, che l’errore (o gli errori) lo commettiamo tutti, ma saperlo riconoscere non è fallimento, bensì conquista e vittoria. Insegnaci il sentiero del ritorno a casa.

Ritrovarsi senza bisogno di parole

Sai, c’è una storiella, che parafrasa la parabola e te la voglio leggere, a mo’ di conclusione, per dirti quante persone hai ispirato nel corso dei tempi con la tua fragile esperienza, essa dice così: “Intorno alla stazione principale di una grande città, si dava appuntamento, ogni giorno e ogni notte, una folla di relitti umani: barboni, ladruncoli, marocchini e giovani drogati. Di tutti i tipi e di tutti i colori. Si vedeva bene che erano infelici e disperati. Barbe lunghe, occhi cisposi, mani tremanti, stracci, sporcizia. Più che di soldi, avevano tutti bisogno di un po’ di consolazione e di coraggio per vivere; ma queste cose oggi non le sa dare quasi più nessuno.

Colpiva, tra tutti, un giovane, sporco e con i capelli lunghi e trascurati, che si aggirava in mezzo agli altri poveri naufraghi della città come se avesse una sua personale zattera di salvezza. Quando le cose gli sembravano proprio andare male, nei momenti di solitudine e di angoscia più nera, il giovane estraeva dalla sua tasca un bigliettino unto e stropicciato e lo leggeva. Poi lo ripiegava accuratamente e lo rimetteva in tasca. Qualche volta lo baciava, se lo appoggiava al cuore o alla fronte.

La lettura del bigliettino faceva effetto subito. Il giovane sembrava riconfortato, raddrizzava le spalle, riprendeva coraggio. Che cosa c’era scritto su quel misterioso biglietto? Sei piccole parole soltanto: “La porta piccola è sempre aperta!” Tutto qui. Era un biglietto che gli aveva mandato suo padre. Significava che era stato perdonato e in qualunque momento sarebbe potuto tornare a casa.. E una notte lo fece. Trovò la porta piccola del giardino di casa aperta. Salì le scale in silenzio e si infilò nel suo letto. Il mattino dopo, quando si svegliò, accanto al letto, c’era suo padre. In silenzio, si abbracciarono”.

Grazie, caro fratello prodigo, di esistere, tu mi insegni la verità più grande e più lieta che esiste.  C’è sempre una porta aperta, c’è sempre un padre, una madre, una moglie, un marito, un figlio, una figlia, un amico, un’amica che attende il mio ritorno per fare festa.

Don Roberto Strano

 

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