Mondo / Silvia Romano, cinque miti da sfatare

(AP Photo/Brian Inganga)

Nel vortice di chiacchiere cui siamo condannati ad assistere ogni volta che una donna del nostro Paese (molto più che un uomo) viene liberata da un rapimento, sembra che siano mancate delle riflessioni importanti. Proviamo a farne alcune.

Su Silvia Romano e la sua dolorosa vicenda si è già detto anche troppo. In questo articolo non ripeteremo i noti fatti di cronaca, né tantomeno presteremo il fianco alle indiscrezioni sussurrate con tono di scandalo. Un compito assolto egregiamente da altri.

La quarantena gioca brutti scherzi, ma la morbosità del nostro Paese sta assumendo tratti preoccupanti. Senza voler scendere al livello in cui purtroppo è piombato il dibattito, crediamo sia essenziale far chiarezza su alcuni punti. Sono infatti almeno cinque le credenze false su questa storia.

La prima, sulla presunta criticità dell’area in cui è avvenuto il rapimento, diciotto mesi fa. La tendenza a generalizzare e banalizzare la realtà del continente nero ha portato moltissimi, anche in buona fede, a credere nell’equazione Africa = pericolo costante. Eppure, anche senza addentrarsi nell’eterogeneo mosaico di quartieri di una qualsiasi sua metropoli, basterebbe dare un’occhiata ai tanti resort affollati dai nostri stessi turisti per poter affermare il contrario. Non lontano da questi, nel novembre 2018, Silvia Romano era stata rapita. Il villaggio di Chakama in cui si era consumato il dramma si trova infatti a circa 60 km dalla località turistica di Malindi, zona sicura di un Paese, il Kenya, con una certa tradizione di stabilità nel contesto dell’Africa orientale. Fin dall’inizio, il rapimento era stato giudicato dagli analisti casuale e atipico. Ed è dunque da bocciare qualsiasi insinuazione sullo scarso senso di responsabilità di chi si è recato in quell’area in qualità di cooperante.

La seconda, sulla presunta stranezza di una conversione in prigionia. E sul fatto che sia diventata una questione pubblica. Può sembrare strano, sospetto, anormale – ma in fondo è il giudizio che diamo a tutto ciò che non conosciamo, e non riusciamo a far entrare nei nostri (ristretti) parametri di valutazione. Quel che è certo, è che conversioni di questo tipo non sono insolite. Si potrebbe raccontare il caso di James Foley, decapitato in Siria dallo Stato Islamico nonostante la sua conversione all’Islam, avvenuta a detta dei testimoni durante la prigionia. O in generale registrare il fatto che le conversioni in simili contesti rappresentano più la regola che l’eccezione. Al di là delle nude statistiche, dovrebbe essere evidente a chiunque che le condizioni di vita più difficili (paura costante, pericolo di morte, isolamento, eccetera) siano il terreno più fertile per le valutazioni di fede, qualsiasi direzione esse intraprendano. Così come dovrebbe essere cristallina la libertà di culto sancita dall’articolo 19 della nostra Costituzione, libertà individuale che non può essere toccata dalla morbosità diffusa né divenire oggetto di dibattito politico.

La terza, sulla presunta eccezionalità del metodo di riscatto italiano. Nella vicenda della liberazione, l’unica eccezionalità sembrerebbe risiedere nella comunicazione roboante del governo e in quella ancora più rimbombante dei media, che hanno ingigantito e reso un “caso nazionale” un evento che doveva essere sì, pubblico, ma con ben altri toni e contorni mediatici. Quanto al pagamento di un riscatto, a differenza di ciò che viene generalmente sostenuto, non si tratta di prassi così insolita all’estero. Soprattutto per quei Paesi che non dispongono della capacità militare richiesta per operare in modo tempestivo nella liberazione dei propri ostaggi.

Delle due l’una: o si incrementa l’operatività delle nostre forze militari e d’intelligence in molti quadranti critici (mossa che dovrebbe essere preparata sul terreno geopolitico, e che comunque presuppone una disponibilità dell’opinione pubblica all’ipotesi di fallimento dei blitz e alle relative conseguenze umane), oppure si lascia tutto com’è. Magari con minore visibilità delle operazioni di rilascio, per non alzare la posta del riscatto. Tertium (ignorare la sorte dei propri cittadini) non datur. Nemmeno tra gli altri Paesi europei che qualcuno vorrebbe prendere a modello, in certi brevi sprazzi di esterofilia.

Il fatto è che in un mondo iper mediatizzato tutto ciò di cui non si parla non esiste, e dunque sembrerebbero non esistere in Africa rapimenti di cittadini di altre nazionalità (non raccontati dai nostri media) e men che meno pagamenti di riscatti (non raccontati nemmeno dai media dei loro rispettivi Paesi). L’Italia sembra ancora incapace di distinguere la realtà dalla narrazione.

La quarta, sulla presunta normalità della fuga di notizie d’inchiesta. E di una pressione mediatica così opprimente. Sarebbe illegale, oltre che sbagliato, anche se si trattasse di interrogatori condotti su un “carnefice”. Qui stiamo parlando addirittura della vittima di un rapimento, che sta tentando di collaborare con le autorità giudiziarie per fornire indizi, spiegare gli eventi, ristabilire la verità. Poche ore dopo le rivelazioni segrete, su gran parte dei quotidiani nazionali sono andate in stampa decine di dettagli, anche minimi, della vicenda. Senza neanche il tradizionale pudore di anticipare le dichiarazioni con dei “si dice che” o “fonti della procura affermano che”. Si tratta di un’anomalia gigantesca, molto più importante di qualsiasi conversione. E riguardante, questa sì, tutti i cittadini. Un abuso che grida giustizia e pone un inquietante quesito: chi potrà continuare a fidarsi degli inquirenti, rispondendo alle loro domande?

Quanto alla pressione mediatica, non è ancora chiaro se sia stata la miccia della morbosità popolare – o al contrario la sua detonazione. Di sicuro le due tendenze si rincorrono a vicenda, in un circolo perverso di cui non avremmo alcun bisogno. “Normale” che a un certo punto poi arrivino l’odio, gli insulti, le minacce di morte. La sovraesposizione mediatica crea sentimenti estremi e irrazionali. Assecondando pure gli istinti più biechi.

La quinta, del presunto merito tutto italiano della liberazione, secondo quanto dichiarato dal governo.

Delle cinque, questa forse è la falsa credenza meno diffusa – molti media hanno iniziato a far luce su questo aspetto. Ma se ci limitassimo all’informazione ufficiale governativa, sembrerebbe che i nostri servizi segreti abbiano fatto tutto da soli in Somalia.

Forse ciò poteva essere verosimile una volta, quando esercitavamo ancora una certa influenza nei territori del Corno d’Africa. Ma non certo oggi, visto che il nostro raggio d’interesse sembra coprire a malapena il Mediterraneo. L’Africa orientale è battuta di caccia per la Turchia. Oggetto di tradizionale influenza ottomana, in sé molto più antica dei possedimenti coloniali italiani nell’area, non conosce segreti per Ankara e il suo attivismo internazionale.

Non deve stupire quindi il fatto che la liberazione di Silvia Romano sia avvenuta con il determinante ausilio delle forze di intelligence turche. Che oltre a conoscere il territorio, hanno migliori canali di comunicazione verso molti clan somali. Non deve stupire ma non deve neanche spaventare. A differenza di quanto paventato da qualcuno, la Turchia non chiederà grosse contropartite in cambio. Certo, il fatto di aver sovraesposto il caso non aiuterà il governo a far credere che i rapimenti non siano in cima alle nostre priorità, in termini negoziali. Tuttavia è difficile che qualcuno, ad Ankara o altrove, possa seriamente pensare di barattare un normale aiuto di intelligence per uno dei tanti casi di sequestro con una fetta di influenza libica, o un ammorbidimento su altri fronti sensibili.

Questo va detto a chiare lettere per scongiurare scenari di fanta(geo)politica, sport sempre più in voga sulla stampa nazionale. Se a Tripoli, ad esempio, italiani e turchi si troveranno sempre più dalla stessa parte, non sarà certo merito (o colpa, a seconda dei punti di vista) di Silvia Romano, bensì delle manovre sempre più sconsiderate di Khalifa Haftar e dei suoi alleati.

Pietro Figuera

Acese, diplomato al Gulli e Pennisi e laureato in Relazioni Internazionali. Borsista di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma. Fondatore di “Osservatorio Russia”, collabora con Limes, Rai Storia e il Groupe d'études géopolitiques. Autore del libro “La Russia nel Mediterraneo”, Roma 2016, Aracne editrice. 

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